«Io voglio bruciare per essere libero»
Storia in Rete, 01-07-2021, Dario Fertilio
Il giorno in cui si dissolse ufficialmente l’Unione Sovietica, il 26 dicembre 1991, trent’anni fa, molti occidentali, tra i quali chi scrive, furono colti da una sensazione di vuoto, e di spaesamento. Ci rendevamo conto, istintivamente, della svolta di portata storica che avrebbe fatalmente rimesso in discussione il corso del secolo giunto quasi al termine, e forse anche il carattere di quello a venire. Ma c’era qualcosa di più sottilmente psicologico che alimentava il nostro disagio. Ciò che veniva messo in discussione infatti era la categoria stessa di «civiltà occidentale»: che cosa potevano significare ormai quell’aggettivo e quella appartenenza, visto che sembravano venir meno le altre speculari, in base alle quali si associava il termine «orientale» al Socialismo realizzato, alla rivoluzione d’Ottobre, alla Guerra Fredda e all’impero comunista di Mosca? Non a caso François Furet, uno dei più importanti studiosi del fenomeno, appena quattro anni più tardi avrebbe avviato la prefazione al suo «Passato di un’illusione» con una constatazione quasi incredula: «il regime sovietico è uscito di soppiatto dal teatro della storia, dove era entrato in modo spettacolare». Un’osservazione seguita
più oltre da una specie di necrologio desolato: «Lenin non ha trasmesso eredità», «la rapida dissoluzione di quell’impero non lascia in piedi alcunché», «il Comunismo finisce in una specie di nulla». Gli «orientali» che avevano sperimentato sulla propria pelle il potere bolscevico conoscevano però una realtà più complessa. L’illusione totalitaria infatti sopravviveva nei Paesi post sovietici alla sua smentita storica e politica, sebbene ormai imputridita in un mondo fatto di oligarchi, povertà endemica, corruzione ad ogni livello, criminalità diffusa (legalizzata dallo Stato socialista, che le aveva largamente delegato il controllo del suo immenso territorio). Sopravviveva insomma una mentalità «sovietica» da cui era molto difficile liberarsi; non si era affatto esaurita in «una specie di nulla», ma rimaneva abbastanza forte da condizionare le esistenze di milioni di persone anche nei decenni a seguire.
In un simile contesto di sbandamento ideologico e morale, era difficile per chiunque riuscire ad aggrapparsi a qualche brandello di passato dal quale ripartire per costruirsi una nuova identità positiva. Il crollo dei valori poteva essere riempito soltanto dal consumismo capitalistico,
apparentemente a portata di mano, o al contrario associato a un profondo senso di umiliazione per la perdita dello status imperiale sovietico. Il che avrebbe spinto molti a reagire abbracciando ideologie compensatorie: culto della forza personale e militare, idealizzazione del tempo di Lenin e di Stalin, disprezzo per la presunta decadenza dei costumi occidentali. Eppure qualcosa avrebbe potuto essere salvato dal disastro e servire come esempio. Naturalmente c’erano i grandi artisti come Aleksandr Solženicyn, che avevano denunciato gli orrori avvenuti sotto il peso della «Ruota Rossa». E poi i dissidenti che avevano resistito senza compromessi anche alle torture, come Vladimir Bukovskij e Andrej Sacharov. Ma oltre a costoro, erano esistiti i testimoni solitari e inflessibili di una certa idea di libertà; eroi che avevano varcato la soglia segnata dall’istinto di conservazione, ed erano penetrati nello spazio oscuro riservato ai gesti autodistruttivi e alle pulsioni di morte. Cioè quanti si erano dati fuoco per protesta, pur coscienti di essere destinati nell’immediato alla censura e all’oblio, e tuttavia spinti dalla speranza di costituire un esempio per chi fosse venuto dopo di loro.
Eroi in fiamme
Makuch e gli altri che sfidarono l’Urss