Gli Italiani? Più ricchi di quanto sembrino
America Oggi, 23-05-2021, Piero Piccardi
Sorpresa! Gli italiani sono molto più ricchi di quanto indicano le statistiche. È il risultato di un’accurata ricerca condotta da Piero Bargellini che ha dedicato la vita al volontariato, è un esponente delle Acli anche a livello nazionale ed è autore di numerosi saggi, l’ultimo dei quali, appena uscito per i tipi dell’editore Polistampa di Firenze, ha per titolo “L’economia dell’auto produzione”, e come sottotitolo: “Il mutamento sociale ed il volontariato”.
Piero, andiamo subito alle conclusioni: dalla disamina dei dati e dal confronto con le statistiche ufficiali, salta fuori come risultato non banale che le statistiche nazionali, per quanto riguarda la ricchezza pro capite, sono sottostimate di qualcosa come il 15 per cento. Ciò per effetto di tre fattori principali: l’autoproduzione, il volontariato e i servizi offerti gratuitamente dagli enti non profit. Da dove sei partito per arrivare a queste cifre?
«Dai censimenti ISTAT della popolazione italiana: prendendo in esame quello del 1971 e i successivi fino all’ultimo disponibile, quello del 2011, si vede come circa 10 milioni di italiani abbiano abbandonato le città per trasferirsi al di fuori delle stesse, in quelli che io chiamo i borghi. In particolare ho esaminato quanto è successo nelle più grandi 130 città italiane, partendo ovviamente da Roma, con circa 2 milioni di abitanti e arrivando fino ad Anzio, che ha poco meno di 50.000 abitanti. Questi transfughi hanno lasciato le grandi città dove abitavano in condomini e dove si viene amministrati, per andare a vivere in borghi, spesso comprandosi la casa. Il mercato immobiliare lo conferma, fuori città ci sono pochi appartamenti disponibili mentre nelle grandi città le case vuote abbondano».
Con quali effetti?
«Se uno va ad abitare in una casa di proprietà fuori città, di sicuro dedica molta più cura al proprio appartamento e spesso ne gestisce la manutenzione in proprio, se ha un bosco vicino va a tagliarsi la legna e risparmia sul riscaldamento, se ha un pezzetto di terra da coltivare si fa l’orto, ma, più che altro,
sta in un ambiente dove tutti si conoscono e tutti si riconoscono come appartenenti alla stessa comunità, è più libero negli obblighi formali, gode di una serie di benefici che non gli costano e che pertanto si concretizzano in un reddito aggiuntivo reale, che però non appare nelle statistiche».
Mi ha molto colpito trovare all’inizio nel tuo libro un dettagliato questionario dove tu inviti il lettore a verificare le proprie conoscenze e le proprie capacità in relazione a possibili attività di autoproduzione. Per esempio, tu domandi: di quale fioritura di pomodori va conservato il seme per l’anno successivo? Oppure, in quale fase lunare si piantano gli or taggi? Infine, prima di dare l’antiruggine sulla ringhiera di casa, quale operazione va fatta?
«Il questionario è stato inserito nel libro con un doppio scopo, un po’ per alleggerirne il contenuto fatto di tanti numeri, ma anche per permettere al lettore di verificare quello che lui sarebbe in grado di fare, così da consentirgli di rendersi conto di come tante piccole attività, tutte insieme, alla fine dell’anno si possono tradurre in consistenti risparmi».
L’Italia è un paese particolare perché oltre l’ottanta per cento della popolazione abita in un appartamento di proprietà.
«Non solo questo: bisogna anche tener conto che da noi solo il 19% dei proprietari di casa hanno acceso o hanno in essere un mutuo per perfezionare l’acquisto. Ci sono altri paesi del Nord Europa, ad esempio in Olanda, dove le percentuali di persone che abitano in abitazione di proprietà avvicinano i valori italiani, ma c’è una grande differenza, perché spesso lì i mutui in essere superano il 50 per cento, talvolta il 60 anche il 70 per cento del valore degli immobili. Ne consegue che, mentre da altre parti una fetta di reddito va dedicata al servizio del prestito per pagare gli interessi e rimborsare le rate, in Italia questa quota di reddito può essere dedicata ad altri tipi di consumi. Tutto questo si traduce non solo in un incremento del reddito reale, ma anche in un miglioramento della qualità
della vita. Nel borgo tutti si conoscono, non hai bisogno della baby-sitter perché hai sempre qualcuno al quale affidare i bambini, hai sempre chi ti dà una mano se devi fare una piccola riparazione e così via. E tutto questo, ovviamente, ha un valore ancora maggiore in periodi di crisi come l’attuale».
Una parte consistente del tuo studio è dedicata al volontariato e al contributo che offre alla comunità chi vi si impegna, dedicando il proprio tempo e le proprie capacità a titolo gratuito per perseguire il bene degli altri.
«Sicuramente il volontariato non l’ha inventato Keynes, in Toscana si pratica da oltre 700 anni, basta pensare al sistema delle Misericordie, dove tante persone mettono a disposizione il proprio tempo, le proprie capacità per guidare le autoambulanze, soccorrere i feriti, eccetera eccetera, ma il volontariato si esprime in tantissime attività: pensiamo ai disastri sul territorio, ai terremoti. Quando in Italia accade una cosa del genere accorrono volontari da tutte le parti, spesso addirittura arrivano in troppi».
Nel tuo libro tu non ti limiti a esaminare il fenomeno, metti anche in evidenza gli effetti economici positivi che determina.
«Certo, è dimostrato che se tu impegni dei fondi pubblici per attivare o sostenere iniziative di volontariato, il ritorno economico è altissimo, calcolabile anche in 6, 7 volte il capitale investito. Ciò è particolarmente vero ed evidente adesso, quando il progresso e l’evoluzione impongono che tanti servizi di volontariato vengano espressi con professionalità e disponendo delle attrezzature adatte. Ciò significa costi di investimento e spese per un addestramento adeguato dei volontari disponibili: è un fatto che servono investimenti per avere autoambulanze adeguatamente attrezzate e non si può di certo andare a soccorrere chi è rimasto sotto le macerie di un terremoto solo armati di pala e badile. I fondi impegnati a sostegno di quello che adesso si chiama il “terzo settore” tornano indietro moltiplicati».
Speriamo che chi deve decidere in materia ne tenga conto!
L’economia dell’auto produzione
Il mutamento sociale e il volontariato