Non è facile coltivare pomodori in Siberia
Nuova Antologia, 01-10-2020, Serena Bedini
Il romanzo di Giovanni Morandi, Non è facile coltivare pomodori in Siberia, si pone in quel territorio di confine tra la fiction e la non fiction, narrando di fatto una vicenda immaginata, simile tuttavia nella forma e nello stile a un documentario o a un reportage, poiché probabilmente si nutre di quelle testimonianze raccolte dall’autore nella sua esperienza di inviato speciale. Peraltro, già considerando il titolo, si è incerti se assimilarlo all’una o all’altra tipologia, visto che l’oggettiva complessità di far crescere i pomodori in zone inadatte per le avverse condizioni climatiche viene contrapposta alla romantica visione di un personaggio in grado di coltivare con soddisfazione questi ortaggi, come a voler dimostrare che chi veramente desidera realizzare i propri progetti di vita può riuscirci solamente grazie alla dedizione e alla tenacia con cui vi si dedica. Del resto, nel romanzo di Morandi, è proprio il tema della vita vissuta e combattuta ad emergere in modo preponderante, oscurando a tratti i dati sociali e politici che hanno determinato la storia delle regioni sovietiche e variato i destini di milioni di persone, tra cui le tre protagoniste del libro, Ekaterina, Marija e Vera, rispettivamente madre, figlia e nipote.
La narrazione ha inizio in Russia, con la conoscenza fortuita di Vera con Andrea Ambrosoli che si trova a Mosca proprio durante un colpo di stato: le vite di Andrea e Vera si incrociano e si separano, forse destinate a non incontrarsi mai più. Tuttavia i numeri di telefono scambiati prima di salutarsi permettono a Vera, una volta rientrata in Italia, di rintracciare Andrea e di raccontargli la storia della sua famiglia polacca e nobile. E così, mentre Vera narra del suo viaggio a Varsavia, realizzato nel tentativo di ritrovare le proprie origini, comincia anche un altro tipo di percorso, quello del lettore attraverso la storia intensa di una famiglia, prevalentemente composta solo da donne, visto che gli uomini hanno sempre un ruolo marginale e di scarso valore. Ancora bambina, Ekaterina, nonna di Vera, dalla Polonia si trasferisce in Russia nel palazzo del padre, il conte Aleksandr. La vita dorata che le è riservata in sorte nei primi anni lascerà ben presto spazio a un’esistenza dura, tragica e di stenti: rimasta in giovanissima età l’unica superstite della propria famiglia, viene strappata agli affetti del marito e della figlia e deportata nei campi di concentramento in Siberia. Sopravvive miracolosamente alla terribile esperienza e comincia una nuova vita, restando in quella terra fredda e inospitale che tuttavia le appare ora l’unico luogo possibile in cui vivere: lì si unisce a un nuovo compagno e ha una figlia, Marija, donna tanto forte quanto affascinante, che si rivelerà il collante tra due generazioni, quella nobile e decaduta di Ekaterina, quella coraggiosa e in cerca di affermazione di Vera. È appunto attraverso le parole di quest’ultima che il lettore apprenderà del compimento del sogno di libertà
e insieme di emancipazione da una condizione economico-sociale non facilmente accettabile e osserverà l’evolversi delle vicende di tre vite nell’arco di alcuni decenni, mostrando quanto tempo talora occorra al destino per compiersi e quanta fatica agli esseri umani per afferrare un brandello di felicità.
Un’altra tematica di non minore importanza è indubbiamente quella legata a un’attitudine di pensiero e di comportamento tipicamente russa che determina una differenza sostanziale tra l’effettiva natura delle cose e la forma che assumono agli occhi delle persone: «La Russia è un grande paese orientale dove il confine tra l’evidente e l’apparente, tra il vero e il falso è sempre incerto» (p. 15). In questa ambiguità per l’appunto si dibattono spesso i personaggi del romanzo, vinti in un gioco di silenzi, di frasi proferite senza convinzione o di mute eppure manifeste espressioni di sentimenti, grazie alle quali spesso si preferisce avvalersi di ciò che si è creduto di intendere piuttosto che di ciò che effettivamente è stato pensato. Nella ritrosia a comprendersi o a farsi comprendere sembra sussistere la capacità di barcamenarsi in situazioni complesse, rese tali non solo dalle difficoltà economiche, dalla cultura o dalle tradizioni, ma anche dai ruoli poco definiti che entrambi i sessi tendono a interpretare. Di fronte infatti a donne coraggiose, spesso taciturne e profonde, altrove brusche e intense, gli uomini si mostrano deboli, non all’altezza del confronto, più propensi a indulgere ai piaceri della carne o dell’alcool, certi che la vita in un modo o nell’altro saprà salvarli, proprio in quanto appartenenti a un genere che, in tempi tanto turbolenti come quelli in cui si svolge la narrazione, è indubbiamente meno facile a soccombere. E Morandi, riferendosi proprio a una di queste fallimentari figure maschili, osserva amaramente: «Avrebbe voluto essere un padre migliore quell’uomo, stare di più a casa, rimanere a giocare con la figlia e invece era sempre fuori, nel letto di qualche donna, davanti a qualche bottiglia, dominato dalla vita che non sapeva domare» (p. 75).
Lo stile asciutto e lineare con cui Morandi traccia profili e delinea situazioni è un elemento di ineludibile godibilità in questo romanzo: non occorre al narratore soffermarsi sui particolari, addentrarsi in descrizioni accurate, ma gli basta far ricorso alla sua capacità di rendere esplicita una condizione o far comprendere la tipologia di un rapporto attraverso poche ed efficaci battute. Ad esempio, nemmeno intere pagine avrebbero potuto descrivere meglio la situazione del regime sovietico rispetto alle frasi dirette ed esigue con cui l’autore la tratteggia: «Andava così nella società dei tutti uguali, perché se eri ben introdotto e avevi gli appoggi giusti potevi essere meno uguale degli altri e questo faceva la differenza. E meno uguale eri rispetto agli altri, meglio vivevi. Ad accentuare questo senso di appartenenza alla diversità contribuirono
in Vera i segreti di famiglia di cui venne piano piano a conoscenza» (p. 78).
Già, i segreti: in effetti, se è vero che questo romanzo tanto agile e diretto, quanto drammatico e intenso, è imperniato su silenzi, reticenze, segreti, frasi non dette e sguardi fugaci, è altrettanto innegabile che a modificare irrimediabilmente il corso degli eventi siano anche decisioni tanto repentine da lasciar intendere quanto a lungo siano state ponderate, come la scelta di Vera di partire per Varsavia sulle tracce delle proprie origini o quella di dare uno strappo a una vita insoddisfacente andando in Italia e affrontando rischi considerevoli. Del resto occorre osservare che si tratta di un costume appreso nel tempo e compenetrato nella società: infatti quei silenzi, quei segreti erano stati necessari a vivere in un’epoca in cui «il regime lodava, anzi glorificava quei figli che avessero denunciato i genitori se non si fossero dimostrati fedeli sovietici» (p. 79). Nello stesso senso dissimulare, fingere e non dimostrare apertamente la propria condizione era ritenuta un’imprescindibile questione di dignità: «Per una strana contorsione della mente, che tende a nascondersi dietro le apparenze, quelli che stavano male non mostravano la propria povertà. […] Allo stesso modo quelli che avevano denaro e cibo godevano della loro abbondanza al riparo della vista del prossimo verso il quale anzi ostentavano se non fame una sobria normalità che li metteva al riparo di dover condividere con altri la loro fortuna. Così la fame diventava occasione per una recita corale della menzogna, come già era accaduto in altri tempi» (p. 110). Eppure in questa ordinaria e monotona forma di livellamento sociale e mentale, in questo intento di assimilazione, spiega Morandi, si annidava non visto e insidioso il desiderio di differenziarsi, di distinguersi agli occhi degli altri per diventare credibili a se stessi nel modo meno idoneo e più pericoloso, ma umanamente comprensibile: l’aspirazione alla superiorità. «Per questa insopprimibile alchimia il debole veniva sedotto dal forte, l’inferiore dal superiore. In barba ai filosofi che avevano ipotizzato il contrario» (p. 97).
L’autore dunque imbastisce una commedia umana, nella quale i personaggi si trovano impaniati senza l’apparente possibilità di ribellarsi, tutti fermamente convinti di dover aderire a un codice comportamentale non scritto eppure tanto rigido da non poter essere trasgredito nemmeno nel pensiero. E tuttavia, nel romanzo di Morandi, la finzione non riguarda l’aspetto sociologico, ma eventualmente i personaggi che servono al narratore per raccontare le vicende che hanno permesso la transizione della Russia da terra degli zar a regime sovietico e successivamente a federazione: è la Storia contemporanea, quella che abbiamo letto in parte sui libri, sui giornali e che ogni giorno ci viene trasmessa sui mezzi di comunicazione, ma che in Non è facile coltivare i pomodori in Siberia diventa vita vera.
Non è facile coltivare pomodori in Siberia