In fiamme per la libertà
Studi Cattolici, 01-02-2021, Andrea Colombo
Eroi in fiamme (Mauro Pagliai Editore, Firenze 2020, pp. 262, € 15), è l’avvincente storia di quei patrioti solitari che, tra il 1968 e il 1989, osarono sfidare i regimi comunisti dell’Est Europa ricorrendo al gesto più estremo: l’immolazione di sé stessi attraverso il fuoco. In molti ricordano il celebre sacrificio di Jan Palach, ma sono tante le vicende tragiche, sconosciute ai più, che ora vengono alla luce grazie al lavoro certosino negli archivi del giornalista scrittore Dario Fertilio e della professoressa di Ucrainistica alla Sapienza Olena Ponomareva. È un libro questo che si legge tutto d’un fiato e che a tratti sembra la sceneggiatura di un film d’avventura. L’epopea degli Eroi in fiamme inizia in Polonia, nel settembre del 1968, e ha per protagonista un umile ragioniere, apparentemente tranquillo. Ryszard Siwiec, laureato in filosofia, felicemente sposato e padre di cinque figli, aveva un’unica ombra nel suo passato agli occhi dei comunisti al potere: la partecipazione in gioventù alla resistenza cattolica antinazista. Ma Siwiec dopo la guerra non aveva dato segnali di particolare attivismo politico e trascorreva la sua vita in relativa serenità, pur nel clima cupo della dittatura imposta da Mosca. Le cose cambiarono quando, nell’agosto del 1968, vide i carri armati russi entrare a Praga e schiacciare il tentativo dei cechi di riconquistare la libertà perduta. Si rese conto della vera natura del regime che opprimeva i suoi connazionali e gli altri popoli est europei e si convinse che solo un gesto disperato avrebbe potuto risvegliare le coscienze. Forse aveva visto quei bonzi vietnamiti che si diedero fuoco in protesta contro la dittatura di Dinh Diem. O forse aveva in mente quei martiri cristiani che morivano dopo atroci torture divorati dalle fiamme. Scelse un giorno simbolico e di grande richiamo, l’8 settembre, celebrato dalla propaganda per esaltare gli splendori del socialismo reale: la Festa del Raccolto. L’insospettabile ragionier Siwiec, con la sua cartelletta da impiegato qualunque, raggiunse lo stadio affollato di Varsavia e improvvisamente si cosparse di liquido infiammabile dandosi fuoco. Secondo alcuni testimoni avrebbe urlato: «Viva la Polonia libera! È il grido di un uomo libero che muore! Non salvatemi, guardate che cosa c’è nella cartella! ». Dentro la borsa gli agenti troveranno una bandiera polacca con la scritta «Per la nostra e vostra libertà! Onore e Patria»» e diversi volantini inneggianti alla «Fraterna Cecoslovacchia» che si concludevano così: «Io muoio per non lasciare morire la libertà». Il giorno dopo Radio Free Europe, l’emittente che
dava al mondo libero le notizie di ciò che accadeva al di là della cortina di ferro, seppe dell’accaduto, ma non ritenne opportuno divulgarlo. Siwiec morirà dopo cinque giorni di agonia, in un letto di ospedale sorvegliato dalla polizia, solo, lontano da famigliari e amici. In una lettera scritta alla moglie poco prima di immolarsi, aveva scritto: «Perdonami, ma non potevo vivere diversamente. Muoio per non lasciare morire la verità. Sto bene, sento una pace interiore come non ho mai provato nella vita». Passano due mesi ed ecco che in un altro Paese del blocco sovietico, l’Ucraina, si ripete una scena simile. Questa volta ad immolarsi nella via principale di Kiev, Khershchatyk, è un trentanovenne galiziano, Vasyl Makhuk. Anche lui, come Siwiec, aveva militato nelle file dei partigiani che combattevano sia contro i nazisti sia contro i sovietici. Per questa sua partecipazione alla resistenza era stato condannato a dieci anni di Gulag, che però hanno solo sortito l’effetto di rafforzare le sue convinzioni patriottiche e religiose. In apparenza anche Vasyl conduceva un’esistenza tranquilla, come operaio, ma in realtà aveva mantenuto i contatti con i vecchi compagni di prigionia e, quasi come una piccola sfida personale al regime comunista, ogni domenica indossava il vestito tradizionale ucraino, in barba ai divieti del partito che attuava una rigida politica di russificazione forzata. In quel novembre del 1968 però non voleva passare inosservato. Mentre gli studenti borghesi dell’Occidente opulento sfilavano per le strade con i ritratti di Mao e Lenin inneggiando alla rivoluzione comunista, lui, povero operaio ucraino, si apprestava a compiere un gesto senza via di ritorno contro la «dittatura del proletariato» che affamava i poveri e arricchiva i burocrati del Politburo. Prima di darsi fuoco Vasyl aveva compiuto un’ultima visita ai famigliari e si era confessato con un sacerdote della Chiesa clandestina greco cattolica. In una lettera piena di disprezzo verso gli oppressori al soldo del Cremlino, indirizzata al Segretario del Comitato centrale del Partito comunista locale, scrisse che «la vostra “uguaglianza” per noi è solo asservimento. Il partito comunista ucraino, come un barboncino, esegue servilmente i comandi del padrone moscovita ». Il Comunismo, scriveva Vasyl, «cerca di estirpare le bellissime aspirazioni alla libertà dall’anima del nostro popolo, per costringerlo, sotto la minaccia del terrore, della prigionia e dell’esilio, a strisciare servilmente». E concludeva: «Sto per compiere l’autoimmolazione, mi sacrifico non per Lei ma per il mio popolo, perché le
giovani generazioni possano continuare con coraggio e dedizione la nostra sacra lotta di liberazione ». Poco dopo aver scritto questa missiva, Vasyl si diede fuoco nella via centrale gremita di gente, gridando: «Via i colonizzatori! Viva l’Ucraina libera! Giù le mani dalla Cecoslovacchia!». Questa volta Radio Free Europe diede la notizia: «Le comunità democratiche di tutto il mondo si inchinano davanti al gesto di coraggio del patriota ucraino». Poi ci fu Jan Palach e tutto il mondo si fermò a riflettere sugli orrori provocati dal totalitarismo comunista. Ma durò poco e ben presto i giovani occidentali tornarono ad affollare le piazze con i soliti slogan marxisti. Nei Paesi del patto di Varsavia, intanto, milioni di persone continuavano a vivere e soffrire sotto l’opprimente cappa del comunismo realizzato. In pochi allora prevedevano quello che sarebbe successo con il crollo del Muro di Berlino nel novembre del 1989. Il colosso moscovita sembrava indistruttibile. Nella primavera dello stesso fatidico anno il pittore lituano Vytautas Viciulis aveva deciso che la sua vita non poteva continuare sotto il tallone dei Soviet. Non poteva sapere che di lì a poco il suo Paese avrebbe vissuto la liberazione da oltre 40 anni di terrore. E così quel 3 marzo 1989 scelse un luogo altamente simbolico, la piazza principale di Klaipeda con la statua di Lenin, per darsi fuoco. Il gesto estremo, compiuto in piena notte in totale solitudine, da uno spirito melanconico e ipersensibile, non venne neanche preso in considerazione dalle autorità che lo relegarono subito tra i casi di follia. Di Viciulis rimangono i quadri che dipinse prima di auto immolarsi: immagini dai colori delicati, quasi evanescenti, che sembrano richiamare il simbolismo onirico del grande maestro dell’arte lituana – Mikalojus Konstantinas Ciurlionis. Le autoimmolazioni non termineranno con il disfacimento dell’Unione Sovietica. Fertilio e la Ponomarev registrano un caso recentissimo, avvenuto appena un anno fa in una sperduta regione delle steppe, la Udmurtia. Siamo nella Russia di Putin e, anche se sono lontani i giorni della repressione comunista, in molti vivono con sofferenza i metodi dittatoriali del nuovo Zar. Come l’accademico Albert Razin, che il 10 settembre 2019 si è dato fuoco per difendere il diritto del suo piccolo popolo, gli Udmurti, a parlare la propria lingua e vivere le tradizioni degli avi. Ma questo attivista si è scontrato con un altro mondo, in uno scenario completamente diverso dall’Urss, in cui la globalizzazione senza volto che uccide civiltà e culture avanza ovunque inesorabile, con o senza Putin.
Eroi in fiamme
Makuch e gli altri che sfidarono l’Urss