I boia di Stalin
Storia in Rete, 01-12-2020, Fabio Andriola
Con la morte di Berija e disei deisuoi principali collaboratori, processati, fatti fuori con un colpo in testa e cremati nel giro di poche ore la sera del 23 dicembre 1953, in realtà non si chiuse un’era, come si sarebbe tentati di dire. Più semplicemente si chiuse un capitolo. Un capitolo lungo, denso, drammatico quanto si vuole ma pur sempre solo un capitolo di una storia tra le più drammatiche di sempre: la storia del Comunismo. Una storia che non può essere certo ridotta ad una lunga serie di crimini e misfatti ma che è stata accompagnata costantemente da crimini e misfatti che spesso non hanno risparmiato proprio quelli che nel Comunismo, nelle sue varie declinazioni, ci avevano pure creduto. Prendiamo ad esempio il caso dei sette esponenti dell’apparato di sicurezza sovietico che abbiamo visto entrare all’Inferno: tutti loro hanno fatto carriera nelle varie polizie segrete che hanno operato in Unione Sovietica fin dagli esordi della dittatura dei Soviet. E per far carriera in quel contesto c’era un solo modo: essere spietati e pronti a far fuori chiunque, non solo i presunti «nemici del popolo» ma anche i propri colleghi e i propri capi. A partire degli anni Venti, varie generazioni di boia si sono succedute ai vertici dei numerosi dipartimenti che sorgevano come funghi all’interno del NKVD, il
Commissariato del Popolo per gli Affari Interni. Ogni generazione è subentrata alla precedente applicando a compagni e superiori i metodi usati per mettere nell’angolo le vittime delle varie purghe: arresti improvvisi, false accuse (nessuno pensò mai di accusare qualcun altro per aver ucciso e torturato migliaia e migliaia di innocenti), pestaggi e sevizie per ottenere le indispensabili «confessioni», veloci e surreali processi (senza difesa), esecuzioni sommarie. Un copione che sovente avrebbe visto, prima o poi, gli aguzzini di oggi diventare le vittime di domani e così via. Il tutto sempre con la benedizione e la supervisione di Stalin. Andando molto per sommi capi, e per restare solo al periodo che va dagli anni Trenta alla morte di Stalin (marzo 1953), possiamo ricordare che Berija – il più longevo tra i boia ai vertici dell’apparato repressivo sovietico – si era liberato del suo predecessore e superiore Nikolaj Ivanovic Ezov (1895-1940) che a sua volta era subentrato con modi spicci a Genrich Grigor’evic Jagoda (1891-1938) – uno dei pianificatori del sistema del Gulag – il quale si era vantato di aver avvelenato il suo capo Vjaceslav Rudol'fovic Menzinskij (1874-1934). Menzinskij era stato alla guida dell’apparato repressivo di Mosca dal 1926, quando aveva raccolto l’eredità del mitico
Feliks Edmundovic Dzerzinskij (1877-1926), il fondatore della ?eka, la prima polizia segreta sovietica. Dzerzinskij è stato l’unico a non dover subire quello che aveva inflitto ad un numero esorbitante di presunti nemici ed ex collaboratori perché è opportunamente morto per tempo di infarto. Questa sua uscita di scena ha fatto sì che per decenni una sua statua fosse visibile a Mosca, davanti al palazzo simbolo di tutte le efferatezze deisuoisuccessori: la tristemente celebre Lubjanka. Poi, con il crollo dell’URSS anche quella statua è stata rimossa mentre nel palazzo della Lubjanka ancora oggi hanno sede i servizi segreti postsovietici che, come vedremo tra poco, non sembrano molto disposti a far fare piena luce sulle atrocità del periodo comunista. E se questo atteggiamento può essere annoverato tra le classiche difese corporative non così è per i frequenti tentativi fatti da storici e giornalistirussi perriabilitare o comunque attenuare le responsabilità dei boia dello stalinismo. È questa una delle denunce che ricorrono nel libro di Nikita Petrov «I Boia – Agli ordini di Stalin» (pp. 340, € 18,00), pubblicato da poche settimane dalla fiorentina casa editrice «Mauro Pagliai editore» (www.mauropagliai.it) nella collana «Verità scomode» diretta da Francesco Bigazzi e Dario Fertilio.
I boia
Agli ordini di Stalin