Tra i primi cronisti nell’86 a Chernobyl. Bigazzi racconta la tragedia nucleare
Libertà, 19-06-2020, Anna Anselmi
È uno degli eventi rimasti impressi nell’immaginario: l’incidente alla Centrale di Chernobyl avvenuto il 26 aprile 1986 e le cui conseguenze dall’Ucraina arrivarono a coinvolgere anche l’Italia, piombata insieme al resto dell’Europa in un incubo dai contorni inizialmente troppo incerti per poter essere fronteggiato adeguatamente. Una tragedia dalle conseguenze planetarie e tuttora non priva di misteri, verità non dette, approssimazioni.
A raccontarla anche una miniserie dell’Hbo, trasmessa in questi giorni su La7. Per il giornalista fiorentino Francesco Bigazzi, all’epoca a capo dell’ufficio stampa dell’Ansa a Mosca, il disastro verificatosi nell’impianto nucleare della località oggi in Ucraina, vicino al confine con la Bielorussia, ha significato molto più di una, sia pur importantissima, notizia da comunicare. Tra gli otto cronisti accompagnati per primi sul posto dalle autorità sovietiche il 9 maggio 1986, Bigazzi ha continuato a lungo a interrogarsi, studiare, indagare, recandosi ripetutamente nell’ormai città
fantasma di Prypiat contaminata dalle radiazioni, dove abitavano tecnici e operai al lavoro nei rischiosi reattori all’origine di una devastazione per comprendere la quale non si può ignorare la geopolitica di quegli anni travagliati, nella morsa della Guerra fredda e del mondo diviso nei due blocchi dell’Est e dell’Ovest, al di là e al di qua della cortina di ferro.
Per questo Bigazzi, nell’inchiesta giornalistica che ha ora raccolto nel libro “Testimone a Chernobyl” (Mauro Pagliai editore), con introduzione di Stefano Polli, vicedirettore dell’Ansa, e prefazione dello scienziato Antonino Zichichi, traccia anche un accurato affresco dell’Unione Sovietica del periodo, convinto che senza la Glasnost i fatti di Chernobyl sarebbero rimasti sepolti sotto una coltre di reticenze, silenzi, menzogne. Non che il compito del giornalista dopo il crollo dell’Urss sia stato facile, in ascolto delle fonti dirette (tra le voci, anche quella del Premio Nobel Andrej Sakharov, che concesse un’intervista esclusiva per denunciare i problemi
dello sfruttamento pacifico dell’energia atomica in condizioni di mancata sicurezza), chiamato a unire le tessere di un mosaico frammentato fino a ottenere un quadro il più possibile completo, in una narrazione che ha l’incedere di un giallo molto avvincente. A proposito delle cause, Zichichi punta il dito su un problema «non scientifico o tecnologico, ma culturale: i dirigenti del reattore n. 4 della centrale nucleare, per vincere il “Premio Lenin”, portarono a un aumento incontrollato la potenza del reattore. L’Italia, venti anni fa era in prima fila nella competizione mondiale per la costruzione di centrali nucleari con il massimo livello di sicurezza. Dovette abbandonare questa posizione privilegiata per via dell’insulto alla Scienza venuto da Chernobyl» sostiene il fisico. Ma il libro di Bigazzi, illustrato dalle fotografie di Mauro Galligani, illumina anche sulle reazioni successive alla sciagura da parte di un potere che alla salute dei cittadini anteponeva la preservazione della propria immagine esteriore.
Testimone a Chernobyl
La catastrofe che sconvolse l’URSS