La maieutica del vuoto
Il Portolano, 01-04-2020, Diego Salvadori
“T’insegnerò la notte”, di Caterina Ceccuti

Scorre un impeto decostruttivo nell’ultimo romanzo di Caterina Ceccuti, T’insegnerò la notte (Mauro Pagliai Editore 2020, € 15,00), dove la carica affabulatoria si coniuga a una scrittura fresca e al tempo stesso stratificata, rappresa: il monolite della parola che si trasforma sotto gli strali del vissuto, in un sapiente gioco di rispondenze semisegrete e richiami a distanza, lungo un arco narrativo ch’è parimenti disgregazione e rinascita. Disgregazione: potrebbe essere questa una delle tante chiavi d’accesso per addentrarsi nelle pieghe del libro. Frantumazione della memoria, del bios, ma parimenti di Cris Chambers: il protagonista di questa parabola surreale, imbastita da intermittenze dell’Oltre, in cui la memoria e le emozioni assumono un ruolo di preminenza indiscussa, sullo sfondo di una Firenze che, gaddiamente parlando, si fa «punto d’incontro dei vitali compossibili».
Una scrittura ancipite, ibrida, sulla scorta di una progressiva dissociazione tra emozionalità e super-io, dove i corsivi scavano «in qualche frame della memoria» e assurgono a basso continuo, financo a tracciare i contorni di una Recherche frammentata eppur inesausta. E l’Io del protagonista si fa terreno di scavo, si profila dinanzi agli occhi del lettore come un paesaggio post-eruttivo, nello sconquasso delle pulsazioni di un’anima che per quanto sconvolta non può non portare a termine questo ‘viaggio al termine della notte’.
Una notte che, come da titolo, è progressivamente schivata, ammansita e infine accolta dai tralci prensili dei sensi. Nictofobia, prima; nictofilia, poi. Notte come rivelazione e medium trasformativo, al fine di rompere gli steccati di una solitudine-barbiturico: «isolamento più simile all’isolazionismo». Quello di Cris è un limbo. Un incompiuto giro di boa. La sospensione dell’individuo per cui il presente si fa cortina fumogena e offusca, financo a recidere, le proprie radici, al netto di una genealogia spezzata di cui la scrittura riporta a galla i lacerti pagina dopo pagina, seguendo il tracciato di una diacronia lessicale pronta a dischiudere il senso stesso del libro.
Negligenza, noia, egoismo: parole, per dirlo con Claudio Magris, «ritagliate dal tutto della vita» ma al tempo stesso «monete che sostituiscono cose», e «in entrambi i casi, tuttavia, esse distruggono o perdono la vita». Sono tre punti fermi di un racconto ch’è storia di un abbandono ab origine, di un albero genealogico contaminato e infettivo, dove lo sfascio della famiglia compromette lo spazio stesso del ‘nido’ e la sua percezione: «Quando ancora ci abitavo percepivo quel posto come
una scatola cinese che, più mi accanivo ad aprire, più mi accorgevo contenesse solo spazi vuoti». Un vuoto, si badi bene, che Cris non cerca di riempire, quanto piuttosto preserva con pervicacia alla stregua di «organismo autoreferenziale, un batterio»9. Un’entropia dell’anima che quella ‘notte’ del titolo colma con fare da maremoto, sotto la maschera di una follia pronta a tornare «con un senso di finitezza e schifo» e che attraversa l’Io come un prisma, financo a scomporlo nelle sue parti costitutive, oltre la realtà e il corpo:

I corpi sono così perfettamente incastrati uno nell’altro che posso misurare l’intensità del suo respiro. Esiste un momento preciso in cui un essere umano si addormenta. In inglese diciamo to fall asleep, in italiano non esiste termine così azzeccato. “Cadere addormentati”, letteralmente, rende meglio l’idea. Si è svegli, si ragiona e si respira, poi da un secondo all’altro i pensieri si interrompono, il respiro si allunga, i nervi si allentano. Cadiamo nel sonno e quando ci rialziamo lo facciamo per camminare in un’altra dimensione. È il passaggio tra il mondo dei vivi e quello dei morti apparenti, dove la coscienza si perde e iniziamo a sognare. Immagino la coscienza come un fiore che si chiude quando viene calpestato, e agonizzante lascia intravedere ciò che di noi stessi non ha pretese d’esser più quel che è: il buono, il cattivo o non si capisce bene.

La narrazione, e il passo lo esemplifica in maniera decisamente eloquente, si pone su più livelli e stende, pagina dopo pagina, in un ritratto in più tempi e dalle campiture policrome, pronto a acquisire profondità man mano che si profilano gli altri due protagonisti di questo libro, Graziano e Alessandra, pronti a gettare l’intreccio sotto l’egida di un triumvirato: lo speculare andirivieni di esistenze pronte a collidere, frantumarsi e divenire tutt’une con la catabasi di Cris. Esistenze, ma ancor prima corpi. Corpi narrati, mappati, detti. Perché T’insegnerò la notte è anche la storia di un contatto tra la carne e l’Oltre, tra la chiarità e il buio. E la scrittura rende loquens questo lento ma inesorabile approssimarsi, dove il taglio cinematografico di alcuni passaggi si unisce a una visionarietà calda, vibrante:

Giù giù lungo la mia faccia. Lo zigomo, il mento, il collo. Scivola e libera ogni pezzo del mio corpo, come detergente sulle scorie inquinanti. Dal petto alla spalla, pianissimo, giù giù lungo il braccio, bicipiti, gomito. Propriocettivo. Sei vivo ora. Percorre tutto esercitando una pressione lieve ma costante, più intensa sulle giunture delle articolazioni. Il tuo corpo è armonia, non c’è
niente di malato. Mi tocca il polso, incontra la mano e la intreccia. “Sono a casa – mi dice rispondendo a una domanda che non ricordo di avergli fatto–. Non ho bisogno di andare da nessun’altra parte.” Le sue mani scorrono lungo i confini del mio corpo per ricordarmeli, riportarmeli. Spiovono spigoli, tracciano curve concave e convesse, marcano i punti cardinali. Sei qui ed esisti, sei fatto così e così, sei quello di sempre […]. Non toccarmi. Se mi tocchi sarà vero. Tra le sue mani la mia testa si rialza dall’oscurità […]. Tocca le tempie per restituirmi la vista, le deformità perché torni a camminare. Dove passano le sue mani i morti resuscitano.

Un vuoto maieutico proprio perché epifanico e di conseguenza destinato ad accogliere un’individualità che rompe il proprio «loop distruttivo » per abbracciare la complessità del mondo e soprattutto la sua parte d’ombra. Perché è dal buio che l’anima si rivela, quell’anima che la notte ha cercato più volte di stanare e portare alla luce: Perché il corpo è soltanto un vestito che uno si porta addosso – acchiappa i lembi della mia camicia e li scuote con vigore, – nient’altro che un miserabile vestitino. Apparenza, bello mio, tutto qui. L’anima sta sotto. Sotto tutto, i vestiti, la carne, sta sotto anche l’apparenza. Ed è di quella che ti innamori. Un vestito ti piace, un vestito te lo prendi, lo usi e poi lo butti da una parte e ne cerchi un altro. Ma un’anima no, se la senti tua non ti basta mai, la vuoi sempre come una droga, anche se fa male […].

T’insegnerò la notte è un alzare il velo, l’inevitabile convergenza verso un punto di non ritorno: l’esistenza narrata nei suoi passaggi di stato. E Caterina Ceccuti, con grande maestria autoriale, inanella le parole come perle sotto l’ombrello di una scrittura nitida, polifonica, coabitata da più voci e, proprio per questo, malia. Una malia che profuma di buio e di luce mentre il mondo – quello di un tempo – resta là fuori:

Siede accanto a me, ingrana la retro per uscire dal parcheggio mentre io imposto Youtube dal suo I-phone che si mette a cantare 18 years, dei Daughtry. L’adoriamo entrambi.
We were young, we were wild.
We were halfaway free.
We were kids on the run.
On a dead-end street
Looking back in the rear view mirror.
You know the view used to be much clearer.
But we’ll laugh and we’ll cry.
Till there’s no more tears.
Yeah tonight can we just hold on to those 18 years?

Nello spazio senza tempo dell’abitacolo di una macchina che neanche esiste più, il mondo rimane chiuso fuori. Siamo due corpi di luce con un’anima sola.
T’insegnerò la notte