Oriana, l’antifemminista che difendeva tutte le donne
Libero, 28-05-2020, Bruna Magi
È appena uscito un saggio dedicato alla Fallaci e alle sue battaglie combattute a colpi di penna. Compresa quella per le musulmane vittime di crimini orrendi

Nessuna quanto Oriana Fallaci è stata così amata e ammirata da milioni di lettori, e altrettanto odiata dalla critica politicamente corretta. Una che non era di sinistra, e neppure femminista. A partire dagli anni Settanta, dopo aver bruciato i reggiseni, molte donne in crescendo di emancipazione professionale marciavano urlando lo slogan «io sono mia». Eppure, nessuna appartenne a se stessa quanto Oriana Fallaci, che detestava gli “ismi” ma amava l’umanità.
Singolare e meritevole che ad apprezzarla in questo senso oggi sia una giovane studiosa palermitana, nata nel 1992, Giorgia Medici, laureata in filologia moderna, che ha appena pubblicato «Raccontare è testimoniare- Oriana Fallaci e la scrittura del dissenso» (Mauro Pagliai editore, pag.130, euro 15). La Medici è una ragazza di oggi che va alla scoperta di un gigante al femminile, e ci conduce in un viaggio ricco di inedite sottigliezze. Con un dato fondamentale: Oriana non aveva mai accantonato la donna, il coraggio di vivere tutto con passione, non scindendo mai il privato dal professionale,amando e soffrendo, battendosi accanto agli uomini e anche contro di loro, odiando ed esaltando, insultando o blandendo, ferendo o accarezzando, perché questa è la vita, e di conseguenza anche il principio sacro del giornalismo, che del vivere è uno specchio. «Pervicace, pervasiva, poliedrica», così è definita Oriana nell’introduzione alla “visita guidata”, che Giorgia Medici ci invita ad intraprendere con lei.
Suddiviso in tappe esistenziali più che capitoli, si comincia con le note biografiche: nata a Firenze il 26 giugno 1929, ragazzina durante la seconda guerra mondiale, Oriana a soli diciassette anni inizia una collaborazione con Il Mattino dell’Italia Centrale,
poi con l’Europeo: quindi il trasferimento a Roma, il creativo tuffo nella Dolce vita, il primo “salto” all’estero, vola a Theran indossando il chador per intervistare Soraya, in un mondo dove le donne tacevano e basta,ma lei riuscì a far parlare l’imperatrice triste «descrivendone i silenzi, gli sguardi e i movimenti del capo», la capacità di Oriana nello svelare i personaggi era proprio questa. E avrebbe continuato per tutta la vita.

I reportage

A tale proposito, è lucida l’analisi dell’autrice nel capitolo «L’arte di narrar notizie nei reportage di Oriana Fallaci». L’anno dopo approda negli Stati Uniti, un’inchiesta a puntate divenne un volume pubblicato da Longanesi con il titolo I sette peccati di Hollywood, e Orson Welles ne fu così affascinato da volerne scrivere la prefazione. I viaggi si susseguano, ci sarà un reportage sulla condizione femminile in Medio Oriente di pari passo con travagliate relazioni sentimentali, scrive Penelope alla guerra, storia dell’emancipazione di una giovane sceneggiatrice, in gran parte autobiografica. Con un lungo soggiorno alla Nasa produrrà una serie di articoli diventati una raccolta prestigiosa, Quel giorno sulla luna. Sino a diventare inviato di guerra in Vietnam, dove tutti i giornalisti allora avrebbero voluto andare: ma nessuno, soprattutto nessuna, aveva il suo talento, il coraggio di buttarsi negli scontri a fianco dei soldati, e lei diventò un’icona, mentre amava il giornalista francese Francois Peleu, direttore dell’Agenzia France-Press di Saigon, descritto come «un bel giovanotto dai capelli grigi e il corpo d’atleta, il volto duro e attento, due occhi cui non sfugge nulla, insieme dolorosi e ironici». Finirà con una lite violenta, seguirà l’amore con Alekos Panagulis, leader della resistenza greca contro il regime dei colonnelli,ma per quanto fosse innamorata di lui avrebbe faticato a reggere
la convivenza di tipo matrimoniale,molto divertente il modo in cui la descrive, come una fatica e una noia, quel vederselo sempre davanti, da mattina a sera, da diventare matti. Ma dopo la tragica morte di Alekos diventa la sua vedova e gli dedica Un uomo. L’ex Francois la rimpiange e dirà che lo ha scritto soltanto per far dispetto a lui. Ma la più forte delle “profezie” giornalistiche di Oriana sarebbe stata quella sul pericolo islamico che incombeva sull’Occidente, al quale nessuno voleva credere. Lo predicò sino alla fine, quasi anticipando i sanguinosi attentati in Europa: ma quel suo femminismo “vero” dove sta?

BEST SELLER

Soprattutto in Lettera a un bambino mai nato, un best-seller mondiale, dove la creatura tenuta in grembo si rifiuta di venire al mondo, per paura della vita e per non complicare quella della madre. Ma sta anche nella difesa delle donne musulmane vittime di crimini orrendi, spesso ignorati dalle femministe occidentali. A volte impegnate soltanto nella «vanità della guerra fra i sessi». La sintesi precisa e folgorante di tutto questo? Un concetto pubblicato da Vittorio Feltri in un articolo del 15 settembre 2011 su Il Giornale, cinque anni esatti dopo la morte per «i cancri», come lei descriveva la sua malattia: «Feroce e generosa, questa è la mia Oriana». Racconta il loro primo incontro al Corriere della Sera, quando lei gli chiese una sigaretta, e poi si fumò tutto il pacchetto. Nel 2005 la Fallaci scrisse per Libero, fondato da Feltri nel 2000, facendo impennare le vendite. Diventarono grandi amici, litigarono furiosamente. Nei tanti e gustosi e ritratti che il direttore ha spesso “disegnato” sulla Fallaci (fondamentale quello pubblicato nel suo libro Il borghese), emerge fra l’altro che la specialità della più grande inviata era dire e fare il contrario dei suoi simili. C’era anche questo fra le ragioni della sua grandezza.
Raccontare è testimoniare
Oriana Fallaci e la scrittura del dissenso