Lo spin di Cocchi
Cultura Commestibile, 09-11-2019, Giorgio Van Straten
Immagino che molti lettori di Cultura Commestibile conoscano Paolo Cocchi almeno di nome per motivi politici: Paolo è stato sindaco di Barberino di Mugello, consigliere regionale, capogruppo del Pd, assessore alla cultura.
Bene. Vi chiedo un favore: dimenticatevi la sua vita precedente. Ricordate, magari, che inquisito ingiustamente e poi totalmente assolto da un’accusa di corruzione, ha dovuto lasciare la politica attiva, quella che aveva rappresentato per lui (e per suo padre prima di lui) il senso dell’esistenza. Ricordatelo perché è bene sapere come una malintesa voglia di giustizia abbia causato anche danni ingenti sul piano personale e su quello collettivo. Ma anche questo ha a che fare solo tangenzialmente col libro (però l’amore/odio per la politica c’entra eccome).
Dimenticate, se qualcuno di voi li ha letti, i suoi libri precedenti che erano ancora imbevuti di quelle esperienze e, soprattutto, del linguaggio che la politica a tempo pieno portava con sé (che a differenza di quanto accade oggi aveva appunto dignità di linguaggio, ma era comunque indebolito dalla sua gergalità e autoreferenzialità).
Paolo Cocchi ha scritto un libro di grande qualità, questo è il punto. Si chiama L’inversione
di spin (e forse io avrei scelto un altro titolo, ma alla fine chi se ne frega del titolo), l’ha pubblicato Pagliai editori ed è uno dei migliori romanzi di quest’anno.
È la storia di un uomo molto simile a Paolo (ma anche molto diverso da lui) e della sua storia d’amore con Clara, cominciando da quando è uno studente universitario fino alla sua maturità. Una storia finita male, come male è finita la sua esperienza di insegnante, travolta da uno scandalo sessuale politicamente scorretto. Questo amore ci accompagna, attraversando la storia del nostro paese, dagli anni Settanta ad oggi. Così come ci accompagnano, con una forza di cui è difficile liberarsi, il gusto di Nico (questo il nome del protagonista) per la politica e per la filosofia, la sua critica del mondo e di se stesso, i personaggi che lo circondano, alcuni dei quali disegnati con un cesello fine e preciso anche quando si tratta di figure che compaiono per brevi tratti del libro. Ma la cosa che mi ha colpito con la stessa forza del racconto quando ho letto per la prima volta questo romanzo è la sua lingua. Una lingua densa, complessa, ironica, ricca, che chiede al lettore impegno e attenzione: una lingua profondamente letteraria.
Per molti
anni ho pensato che la cosa fondamentale in letteratura fosse la capacità di raccontare. Questo anche per un rifiuto viscerale dei testi delle avanguardie degli anni Settanta che avevano preceduto gli esordi letterari della mia generazione e che della forma avevano fatto la loro unica ragione di vita. Così che i loro testi letterari nascevano morti. Mi ricordo che allora citavo spesso una frase di Kurt Vonnegut: “Avete mai amato un autore solo per la sua proprietà di linguaggio?”. Ovviamente la risposta era no. Eppure in quest’epoca di sbrodolature, in cui passano per scrittori da Nobel degli onesti scriventi (come li definiva Elsa Morante), mi sono andato convincendo che l’uso consapevole di una lingua, la scelta di una lingua che sia funzionale a ciò che si vuole raccontare, ma che abbia anche la forza di un’identità autonoma, insomma il fatto di avere uno stile, è una condizione necessaria per essere scrittori. Paolo Cocchi questo stile ce l’ha, se l’è creato affrancandosi da tutti i linguaggi che aveva usato in precedenza e scrivendo un romanzo che è tale per la sua inesausta capacità di raccontare storie, ma anche di raccontarle, per tornare a Vonnegut, con proprietà di linguaggio. 
L’inversione di Spin