Severino e America, l’amore e l’anarchia
La Nazione, 28-07-2019, Salvatore Mannino
Il rivoluzionario che voleva uccidere il fascista aretino Capanni. Il libro di Tito Barbini

Storia d’amore e di anarchia. Un titolo che è quasi una parafrasi di uno dei film più famosi di Lina Werttmuller, quel “Film d’amore e di anarchia” che nel 1973 diede la fama a un ancor giovane Giancarlo Giannini. A dire il vero, però, quella frase così esemplificativa dell’ultimo libro di Tito Barbini e, dice lui, anche del suo primo (per quanto anomalo) romanzo, è preceduta da un altro titolo, più grande, che è “Severino e America”, due nomi che ci introducono subito nel vero tema del volume (edito da Mauro Pagliai e in libreria da qualche mese) Ovvero la vera storia dell’anarchico abruzzese Severino Di Giovanni, giustiziato a Buenos Aires nel 1931, e della sua giovanissima amante America Scarfò.
Un grande amore, una grande avventura umana di due personaggi ormai quasi dimenticati e anche la terribile parabola di come un’ideologia politica possa degenerare in terrorismo, questione che noi italiani conosciamo fin troppo bene.
Di Giovanni, nato a Chieti nel 1901 si era nutrito delle letture di Bakunin e Proudhon, due autori amatissimi nel mondo dell’anarchia, fin da quando aveva avuto l’età della ragione. Ma gli anni ’20, con l’Italia già dominata dal Regime fascista, non erano certo i più adatti per idee del genere. Severino, dunque, emigra in Argentina con la famiglia nel 1922 e lì si innamora perdutamente di America, quindici anni appena, calabrese d’origine, che sarà la sua compagna di sentimenti personali e avventure politiche.
Qualcuno dirà a questo punto con Di Pietro: ma che c’azzecca tutto questo con Arezzo? C’azzecca, c’azzecca, basta seguire il resto della storia.
L’anarchico abruzzese è un illegalista, uno cioè convinto
della liceità dei metodi violenti nella lotta politica. Lo scrive apertamente nella rivista cui dà vita a Buenos Aires, “Culmine”, testimonianza della sua progressiva radicalizzazione. All’inizio i suoi sono solo gesti dimostrativi, come i volantini in cui si accusa il fascismo del Delitto Matteotti, gettati dal loggione del Teatro Colon, il più importante della capitale, un tempio mondiale della lirica. Ma ben presto si passa al terrorismo vero e proprio. Succede quando Di Giovanni progetta, organizza e mette in atto un attentato contro il consolato italiano a Buenos Aires.
Il suo bersaglio è Italo Capanni, uno dei personaggi più violenti del primo squadrismo fiorentino, poi diventata deputato e infine indirizzato alla carriera diplomatica di nomina politica tipica del Regime. Capanni, pur avendo svolto tutta la sua attività di squadrista a Firenze, è un valdarnese, nato a Piandiscò nel 1888 e di Arezzo ha continuato a occuparsi come deputato quando è stato eletto a Montecitorio nel 1921, uno dei 35 della prima pattuglia di onorevoli fascisti. La sua fama sinistra, però, gli deriva da uno dei gesti più clamorosi ed efferati del primo fascismo, l’uccisione,il 27 febbraio 1921, del sindacalista comunista Spartaco Lavagnini. Anche lui è nato nell’aretino, per la precisione all’istituto delle Capezzine dove il padre medico insegna. Frequenta le scuole ad Arezzo, si diploma in ragioneria, viene assunto come impiegato delle ferrovie e poi si trasferisce a Firenze, dove diventa un personaggio di punta del sindacato ferrovieri e del nascente Pci. Sta preparando appunto il nuovo numero dell’ “Azione Comunista” quando i fascisti irrompono in via Taddea e gli sparano a bruciapelo. Si mormora che sia stato Capanni di persona a premere il grilletto.
Ecco allora
che lo spirito di vendetta di Severino si rivolge contro di lui. È il 23 maggio 1928, vigilia della festa dell’indipendenza argentina, Di Giovanni progetta di lasciare la sua valigia esplosiva nell’ufficio del console, ma per una serie di circostanze fortuite finisce per abbandonarla nell’atrio. Quando la bomba deflagra, si contano nove morti, di cui sette fascisti. L’impressione è enorme, la fine dell’innocenza per il movimento anarchico, un po’ come lo era stata la bomba al Teatro Diana di Milano nel marzo 1921, pochi giorni dopo l’assassinio di Lavagnini. Persino le frange più moderate dell’anarchismo prendono le distanze, ma Severino con America non demorde.
Organizza una banda, nella quale c’è anche un fratello di lei che si dà alle rapine di autofinanziamento. Espropri proletari si sarebbe detto in un’altra stagione politica come quella degli anni ‘70. I proventi vengono reinvestiti nella tipografia di Di Giovanni, che stampa testi anarchici. Dura fino ai primi giorni del 1931, in un’Argentina incattivita dal colpo di stato che nel 1930 dà vita a un regime militare. La polizia circonda la tipografia, Severino viene catturato e dopo un processo brevissimo condannato a morte, insieme al fratello di America. La sentenza viene eseguita il 1 febbraio 1931. Nell’ultimo colloquio con la compagna, l’anarchico insurrezionalista la invita a leggere e studiare. Quello che lei farà, diventando insegnante di italiano all’università. Nel 1951 viaggerà fino all’Italia sulle tracce del suo Severino, ma inutilmente. Riavrà indietro solo, dalla polizia argentina, le lettere d’amore di Di Giovanni. È morta in tempi relativamente recenti, un’altra storia che si sarebbe perduta senza la passione che Barbini ci ha messo per scovarne le tracce. 
Severino e América
Storia d’amore e d’anarchia nella Buenos Aires del primo Novecento