Perché l’Europa può avere un destino
Formiche, 23-12-2017, Gennaro Malgieri
L’Europa, condannandosi all’irrilevanza, ha fatto proprio il nichilismo che agli inizi del secolo scorso immaginava di arginare rigenerando i connotati identitari delle nazioni che ne costituivano la trama culturale. Oggi il “declinismo” che l’affligge non è il prodotto di filosofie rinunciatarie o apocalittiche, ma la conclusione di un processo di decomposizione realizzatosi con il progressivo abbandono di quell’idea di civiltà che pure nei tempi più difficili la caratterizzavano. Sicché l’Europa è una nullità concettuale prima che politica che tuttavia non autorizza l’abbandono ad una sia pure flebile speranza di ricostruzione. Necessaria se i suoi popoli intendono avere un destino sottraendosi sia a chi la nega dal punto di vista del superamento delle nazioni sovrane sia da quello che la vuole un grande mercato privo di vocazione politica e culturale.
Il “tramonto” europeo è nei fatti. Ma nei fatti c’è anche l’esigenza di una sua “resurrezione” a fronte di assetti geopolitici che non possono vedere soccombente il Vecchio continente al punto di non contare più nulla. La necessità di scrollarsi di dosso il complesso
d’inferiorità che l’affligge, costringerà l’Europa (ovviamente nessuno sa dire quando) a ricorrere alle sue estreme risorse per rinascere a nuova vita. Per esempio rinunciando al dominante neo-colonialismo che l’affligge e la limita, per stabilire, ad esempio, con l’Africa un rapporto privilegiato – come veniva ipotizzato alcuni decenni fa da politologi ed antropologi tutt’altro che “eurocentrici” – tale da impedire alle emergenti potenze asiatiche e ai tradizionali referenti atlantici di assumere connotazioni dominanti da annullare perfino le aspirazioni più elementari dei popoli europei.
Ma c’è un elemento al quale è imprescindibile riferirsi avendo davanti un contesto deteriorato, eppure ancora vitale e dunque in grado di autorizzare il contrasto al “declinismo” programmato. È il disseppellimento delle antiche fondamenta europee, le sue radici, al fine di riappropriarci di un patrimonio culturale che solo può giustificare la perennità di un’idea umana e religiosa ed etica e dunque politica. È quanto sostiene, con argomentazioni solide da non lasciare scampo alla loro condivisione Danilo Breschi, docente di Storia
delle dottrine politiche, nel suo coinvolgente, appassionato e lucido saggio Meglio di niente. Le fondamenta della civiltà europea (Mauro Pagliai Editore).
In esso lo studioso sostiene, con ragione, che “in fondo non ci amiamo” come europei (ma anche come italiani, tedeschi, francesi, spagnoli e così via). Diversamente risponderemmo all’ideologia del declino con un impegno culturale e civile e morale che si riassume nella visione di una civiltà  dalle molte sfaccettature e animata da un solo sentimento, quello che ci raggiunge dalla più antica storia il cui smarrimento, soprattutto tra le generazioni più giovani, ha generato la decadenza nella quale siamo indiscutibilmente immersi e ad essa non sappiamo reagire se non con una cronaca che ci induce a prendere atto di ciò che l’Europa è diventata, mentre le agenzie di formazione non trasmettono più valori, ma soltanto accettazioni passive di quanto viene programmato nei laboratori del consumo pseudo-culturale. L’Europa, scrive Breschi, “deve riconoscere le proprie parentele, quelle vere, e disconoscere quelle fasulle, o quelle che hanno disonorato la sua più nobile tradizione giuridica e filosofica”.
Meglio di niente
Le fondamenta della civiltà europea