Del bene e del male
L’Osservatore romano, 08-06-2017, Dario Fertilio
Ai sostenitori del relativismo, così di moda in occidente, dovrebbe essere prescritto un corso di immersione totale nel monastero delle Isole Solovki. Cioè all’estremo nord della Russia, in mezzo al Mar Bianco, a 165 chilometri dal Circolo Polare Artico. Chi poi fosse impossibilitato al viaggio può sempre leggersi Il primo gulag di Francesco Bigazzi (Firenze, Pagliai) che descrive la duplice natura del luogo: di santità ed elevazione prima, ma poi di inferno in terra progettato e realizzato dall’utopia del comunismo sovietico. Un tale contrasto fra i due poli estremi di bene e male esalta il fascino particolare del luogo, al punto da spazzar via nel lettore qualsiasi dubbio o cautela riguardo a che cosa sia la verità. Qui, alle Solovki, tutto è chiaro, elementare, diviso come il bianco lo è dal nero o il sì dal no.
Il primo tempo, quello del paradiso, si apre nel 1429 quando due monaci, Savvatij e Gernente per fare provviste, Savvatij, rimasto solo, si ammala. Presentendo
la morte, decide di raggiungere il porticciolo di Soroka, sul fiume Vyg, per ricevere i sacramenti e morire in pace con Dio. German, tornato là dove aveva condiviso un’esperienza così elevata con il suo confratello, è confortato da una visione profetica e costruisce una chiesa dedicata alla Trasfigurazione. Nei secoli che si susseguono, quel santuario di preghiera si amplia sempre più, sino a trasformarsi in una fortezza paragonabile al Cremlino, ma pur sempre carico del fervore mistico originario.
Ora immaginiamo il secondo tempo infernale: nel maggio del 1918, subito dopo la rivoluzione bolscevica, un distaccamento dell’Armata Rossa si presenta alle porte del monastero. Il nuovo regime comunista guidato da Lenin (non ancora da Stalin) decide di creare proprio là un «campo di destinazione speciale » lontano da occhi indiscreti, riservato alle categorie sociali da eliminare: aristocratici, dissidenti, ricchi, renitenti alla collettivizzazione forzata. Oltre naturalmente
ai più irrecuperabili di tutti: monaci e religiosi, specialmente donne (soprannominate spregiativamente “monachine” perché si rifiutano di abbandonare le loro pratiche pie). Con il risultato di creare un inferno ateo al centro di un paradiso mistico, dove lavoro sfibrante, sadismo, tortura e morte diventano la norma. Il tutto fino a quando il gulag, prototipo di quelli a venire sullo sterminato territorio sovietico, verrà chiuso nel 1941, allo scoppio della guerra, per l’avvicinarsi delle truppe naziste.
Oggi, nel rileggere le sofferenze patite dai monaci, la loro stoica sopportazione accompagnata da una fede incrollabile, si prova un sentimento complesso e inseparabile dal fascino legato al rito e alla teologia ortodossi. Il fortissimo sentimento del sacro, e l’iconografia ricca che li accompagna, ricordano alle società secolarizzate dell’occidente ciò che rischiano di perdere, se non avranno la forza di opporsi alle derive inquietanti del presente.
Il primo gulag
(Le isole Solovki)