Gentileschi, pittore e agente segreto. Da Molina di Quosa alle grandi corti
La Nazione , 15-01-2017, Guglielmo Vezzosi
Roberto Longhi, il primo a riscoprirlo in epoca moderna (1916), l’aveva definito «il più meraviglioso tessitore tra i pittori» per la sua capacità di far scintillare sete e drappi nei quadri. Poi, l’irruente figlia Artemisia l’aveva soppiantato, attirando l’attenzione su di sé perché brava e dinamica pittrice in un Seicento difficile per le donne». Stiamo parlando di Orazio Lomi Gentileschi (Pisa 1562 - Londra 1640): astratto e superbo toscano» cui è dedicato l’ultimo lavoro della storica e critica dell’arte Maurizia Tazartes, appena pubblicato da Mauro Pagliai Editore e proprio nei giorni scorsi presentato a Pisa a palazzo Blu in un contro organizzato dagli Amici dei Musei e Monumenti. Il volume, prima monografia italiana sul Gentileschi, punta i riflettori su un artista di livello internazionale e caravaggesco sui generis che nacque nella casa di Molina di Quosa dove il padre Giovan Battista, orafo,
con il doppio cognome ereditato dal nonno, si era trasferito da Firenze, città originaria della famiglia. Nella capitale il padre aveva tra l’altro montato gemme e preziosi per la corona d’oro dei Medici, ma lo spostamento a Pisa si rese necessario per eseguire una serie di lavori commissionati dall’Ordine di Santo Stefano che chiedeva bacini d’argento, navicelle per incenso e stemmi, ma anche coppe e vasi d’oro. Dopo un primo apprendistato a Pisa, Orazio – di carattere difficile, aspro, scontroso – iniziò a spostarsi tra città italiane ed europee: a Roma e Genova lavora per committenti di prestigio, nobili e antiche famiglie, ma immortala anche i personaggi minori che ruotano intorno al suo atelier (sarti, scalpellini, barbieri e pellegrini) fino ad approdare alla corte di Francia e poi presso il re d’Inghilterra, dove diventa uno dei maggiori e più invidiati pittori della Corona inglese in concorrenza con nomi del
calibro di Rubens e Van Dick. Il libro fa luce su una vita non facile, certamente avventurosa e in gran parte misteriosa (come l’inedito ruolo di agente segreto ricoperto a Londra da Gentileschi) perché poche sono le date certe e rari i documenti. Di certo si sa che la partenza della famiglia da Roma avvenne dopo il fattaccio del 1611 quando la figlia Artemisia (1592-1653) venne brutalmente violentata dal pittore Agostino Tassi (1580-1644), allievo di Orazio, il quale si decise a chiedere giustizia per la figlia solo un anno dopo. Il processo venne istruito a Roma, ma Tassi sostenne che la ragazza era consenziente. Artemisia si difese dicendo che la passione ci fu, ma che Agostino la violentò promettendole che le avrebbe salvato l’onore sposandola (peccato che avesse già moglie). Il giudice fece anche torturare Artemisia che resistette al tormento confermando la sua versione alla fine il Tassi venne condannato all’esilio dalla Città Eterna.
Orazio Gentileschi
“Astratto e superbo toscano”