Tormenti e solitudini in Cesare Pavese
Cultura Commestibile, 12-11-2016, Paolo Marini
Conoscere Cesare Pavese e, per esso e con esso, la sua poesia, i suoi scritti. Ovvero, percorrere il tragitto inverso, partendo dalle sue opere. Per chi voglia farlo, il libro di Fiorella Baldinotti (“Di quei giorni mi ricorderò sempre – Desideri e lontananze in Cesare Pavese”, Mauro Pagliai Editore) sarà invariabilmente un buon cominciamento. C’è anzitutto il giovane Pavese, già colmo di tutta la propria sofferenza. Innamoratosi di una cantante e consapevole dell’irraggiungibilità del suo desiderio, scrisse all’amico Tullio Pinelli: “Senti: ho trovato questo raffinato strumento di tortura: ogni volta che, confusamente, come fa sempre il mio spirito, aspiro a qualche cosa, mi chiedo: che cosa ne farei tanto? E non trovo più pace”. Il volumetto, denso di richiami alla letteratura contemporanea così come ai classici (con i quali lo scrittore aveva un rapporto speciale), offre il ritratto di un’anima, cadenzato in capitoli, ciascuno facente perno su un tema ad essa congeniale (il sogno e la donna o l’amore, la solitudine, la terra e il sangue) ovvero su alcune figure di amici (tra cui Leone Ginzburg e Italo Calvino) che ebbero una parte importante nella vita di Pavese. Donde nasceva tanto tormento? L’Autrice ipotizza
“che la perdita del padre abbia suscitato in seguito l’incapacità di affrontare con forza le vicende della vita”; tanto che dall’infanzia in poi sarebbe stata “una continua fuga in una dimensione altra, attraverso un doloroso processo di espiazione ai limiti del sostenibile”. A chi legge potrebbe sopraggiungere l’idea che il giovane Pavese avesse già fissato in un calendario interiore il proprio appuntamento con la morte, una morte da suicidio – come quella dell’amico Elico Baraldi che certo ebbe su di lui capacità impressiva – e alla quale differentemente da costui sarebbe pervenuto in età matura, ormai “famoso, conosciuto, letto e stimato”. Eppure la sua poetica e la sua scrittura sono intense, come quel desiderio che pare non potersi mai compiere. Ci sono tratti memorabili, in questo tragitto, anche grazie – mi pare – ad una efficace selezione. È “ogni poesia di Pavese (…) come un atto d’accusa contro se stessi”, contro l’incapacità di vivere come gli altri e contro quella “dimensione della non-vita che tocca agli scrittori e, specialmente, ai poeti”: e qui, volendo, si aprirebbe una voragine di suggestioni e di pensieri. La produzione giovanile è
già sintomatica di tutte le motivazioni e le istanze della sua poetica matura. Uomo e artista vocato alla dimensione irrazionale, angustiato dal prevalere della storia e, vorrei rispettosamente dire, incapace di acquisire quello che di buono è dentro la vita. Dirà di lui la bella Romilda Bollati, conosciuta ad una cena con tanti amici, a Torino: “Lui, lo dico con il senno di poi, non aveva il problema di uscire dalla realtà, perché ne era già fuori. Il suo problema semmai era quello di entrare nella vita. Uscirne gli era fin troppo facile.” Sin dalle prime pagine e poi nell’avanzar per esse, ho pensato a questo libro come ad un piccolo testo per l’età più fantastica. Non è difficile rintracciare nei versi, nei pensieri dello scrittore – rimasto così acutamente e acerbamente dolente - molte delle peculiari angosce e delle paure tardo-adolescenziali o della prima giovinezza. Lo consegnerei a quelle generazioni, perché include un po’ tutto ciò che turba e angustia a quella età. Consiglierei di leggerlo perché quel tutto è ciò che, per entrare appieno nella vita, deve sublimarsi in una diversa consapevolezza - amara quanto si vuole – mai però rassegnata, o vinta.
Di quei giorni mi ricorderò sempre
Desideri e lontananze in Cesare Pavese