Il fuoco di Oriana visto da vicino
Panorama, 17-03-2016, ––
Un ritratto sorprendente della Fallaci nel ricordo di Riccardo Nencini, autore di un libro in cui conversazioni private e documenti inediti mostrano i legami (e le polemiche) che univano la scrittrice alla sua Firenze

Una copia di Panorama con una pagina piegata vigilava da centro tavolo. Aveva letto e riletto l’intervista pubblicata all’indomani del Social forum tenutosi a Firenze nel novembre del 2002. Oriana scriveva e si scatenava il putiferio. L’avevo conosciuta da poco, partendo da una telefonata che pareva uno scherzo.
«Sono Oriana Fallaci. Parlo col presidente Nencini?». La voce mi è sconosciuta. Sorrido. «Sono io ma non posso parlarle. Mi richiami, per cortesia». Insiste: «Le ho detto che sono Oriana Fallaci e chiamo da New York. È urgente e io non la richiamo». Dubbio. Prosegue: «Che cosa devo fare per farle credere che sono proprio io? Data di nascita, residenza, gusto preferito del gelato. Suvvia!». Cominciammo così, mesi di chiacchierate in punta di galateo fino a che un litigio spalancò la finestra dell’intimità.
Un carattere difficile, una visione eretica, parlo della sua Eurabia, offensiva per larga parte della sinistra di tradizione comunista e per certa cultura cattolica, saldamente unite nel considerare il multiculturalismo del «lasciar fare» come l’unica forma possibile di integrazione. Leggo che non sono in pochi, oggi, ad aver cambiato idea. I fatti di Parigi e il terrore scatenato dall’Isis, immagino. Quella natura così ribelle non si piegava. Sarà stata la provenienza: l’Oltrarno, uno dei rioni popolari di
Firenze, non ho dubbi. E la vita vissuta nell’adolescenza. C’era la guerra: o cresci o muori.
Che nascere in Toscana fosse un privilegio sono stati in molti a sostenerlo. Oriana aveva eletto l’Oltrarno a residenza ideale permanente. Ne aveva condiviso i vizi e le virtù: il piacere gaglioffo per la rissa, il gusto per la provocazione, un’irriducibile spigolosità; la schiettezza, il coraggio, una certa dose di altruismo, la magnetica determinazione. L’educazione laica impartita dal padre Edoardo e l’esperienza maturata con la guerra fecero il resto.
Mi confessò che non era affatto estranea al cupo fascino esercitato dalla guerra, il filo rosso che congiunge tutta un’esistenza: staffetta partigiana con il nome di battaglia Emilia; inviata di guerra… Su Oriana è stato scritto di tutto. Ma solo di rado i riflettori sono stati accesi sul rapporto con la sua città. «Voglio morire nella torre dei Mannelli, guardando l’Arno dal Ponte Vecchio, il duomo e il campanile». E poi: «La Toscana non è una mamma tenera e affettuosa. Pensa al poeta».
Un amore indicibile, tanto da desiderare di morirvi e un distacco profondo dalla città governata da «borghesi mediocri». Insomma, cara Firenze, né con te né senza di te. Come Farinata degli Uberti.
Con le istituzioni non si riconciliò mai. Non fu cercata da nessuno, non cercò nessuno. Il 15 settembre 2006 morì con un pugno di persone attorno. Gli amici. Chi non aveva nulla da chiedere. Mi chiamò in luglio: «Riccardo, sono molto, molto peggiorata. It’s over. This
is the end of the road. Puoi aiutarmi?».
Tornò con un aereo messo a disposizione da Silvio Berlusconi, grazie ai buoni uffici di Gianni Letta. Desiderava vedere anche solo per un giorno il suo mare, in Versilia, ma la malattia non glielo consentì. Desiderava tre colpi di cannone, un omaggio al diploma di staffetta partigiana ricevuto dal generale Alexander nel settembre 1944, ma non fu possibile esaudirne la volontà. Solo le campane della chiesa di Sant’Ilario, la sua parrocchia, si fecero sentire.
Desiderava morire nella torre dei Mannelli, in Oltrarno, proprio dove nel 1944 portava al padre resistente le bombe nascoste in cesti d’insalata, ma la torre non poteva essere adibita a camera d’ospedale. Lo zainetto che l’aveva accompagnata in Vietnam lo trovammo nella sua vecchia casa di città. Accanto c’era il libro che da bambina aveva immensamente amato: Il richiamo della foresta di Jack London. All’ingresso della clinica, dieci mazzi di fiori e qualche biglietto. Un cuscino di rose bianche e rosse inviato dal sindaco, in Giappone con il Maggio fiorentino. Tutto qui, cara Firenze. L’addio riservato a un’esule, a una persona da dimenticare in fretta. Ruggine nell’ingranaggio perfetto del potere. L’unico Fiorino d’oro è stato quello depositato da Franco Zeffirelli nella tomba scavata nel cimitero cosmopolita degli Allori. Le polemiche sulla strada da dedicarle non si sono ancora sopite. Temo che proseguiranno a lungo. È proprio così. Gli eretici insinuano il dubbio, maledetti. E invece la consuetudine ci rassicura. È l’attaccapanni delle nostre debolezze.
Il fuoco dentro
Oriana e Firenze