La colpa di essere nati ci riduce a «Brandelli»
Il Giornale, 24-01-2016, Andrea Caterini
Nel saggio Contro Sainte - Beuve, Marcel Proust sosteneva che non bisognasse confondere l’io biografico con l’io di chi scrive, poiché molto spesso il primo non ne sa nulla di ciò che vuole il secondo. In virtù di questo, l’io poetico finisce per essere più vero di quanto lo sia quello biografico. È, quello di Proust, un pensiero vertiginoso non tanto per un banale discernimento tra vita e letteratura ma per quanto di radicalmente vivo c’è nella letteratura. Deve averci pensato anche Charles Juliet, poeta e scrittore francese premiato nel 2013 con il Goncourt, mentre scriveva il suo Brandelli, grande successo editoriale in patria, con le oltre 500mila copie vendute (tradotto per la prima volta in Italia da Federico Mazzocchi per Mauro Pagliai Editore). Avremmo potuto chiamare il romanzo «autobiografico», annoverarlo
in quel genere tanto in voga sotto il nome di auto fiction, se fosse stato scritto in prima persona. Juliet però ci pone un problema strutturale, perché la sua storia ha scelto di scriverla in seconda persona. Non si tratta di un problema da poco, perché quello che fa non è tenere a distanza l’ «io» e il soggetto a cui è destinato il racconto, quanto invece mettere allo specchio l’ «io» biografico e quello poetico. Forse Juliet, ponendo i due «io» l’uno di faccia all’altro, sentiva il bisogno di annullarli entrambi, di sottrarre a se stesso e all’espressione il proprio senso di colpa. Ed era il peggiore dei sensi di colpa: ovvero quello di essere nato. Perché la vicenda che racconta è quella di una madre la quale, dopo la nascita del figlio, viene rinchiusa in un ospedale
psichiatrico, per lì morire otto anni dopo. E il figlio, ormai affidato a un’altra madre la quale pure lo ha sempre amato, scopre quella mai conosciuta solo il giorno della sua morte, incontrandola per la prima volta al suo funerale. «Perdona, o madre, il bambino che ti ha spinto nella tomba». Allora, a ben vedere, Juliet manifesta che l’io poetico è quello che è sempre rimasto il figlio della prima madre (l’origine della propria ferita), la vita del quale gli è possibile reinventare, e quindi far vivere una seconda volta, nell’espressione. E Juliet sa quanto l’espressione l’abbia salvato da quel senso di colpa che avrebbe potuto uccidere lui pure. Sa quanto il suo bisogno di scrivere, «indissociabile dal bisogno del vero», non fosse altro che il radicale desiderio di continuare a vivere.
Brandelli