La maternità,un romanzo: storia di un embrione che vuole nascere
Toscana Oggi, 26-07-2015, Riccardo Bigi
«Voglio nascere» è un romanzo che racconta un momento particolare della vita di una donna: una gravidanza che provoca dubbi e difficoltà, e l’incertezza se portarla avanti. Il libro racconta una «storia qualunque»: non si parla di quegli aborti che nascono in condizioni di povertà, di emarginazione, di disagio sociale, ma di quei dubbi che possono riguardare tantissime coppie.
Perché ha scelto di misurarsi con questo tema?
«La storia d’amore fra Sara e Matteo rispecchia quella di tante giovani coppie che concepiscono la relazione nell’ottica della libertà da legami considerati troppo vincolanti: accogliere un figlio, accudire un anziano, il matrimonio stesso come scelta per la vita. Essi non decidono in modo del tutto consapevole di stare insieme, ma essenzialmente non vogliono rischiare: provano, ma sempre con le valigie pronte per la fuga. Come sottolinea Giddens, nel caso in cui l’impegno oltrepassi il “beneficio” il rapporto si esaurisce velocemente. Non si è disposti a sacrificare il proprio Io, sempre più ipertrofico e affamato di continue gratificazioni narcisistiche. Un figlio impone scelte e rinunce che esprimono gratuità e dono, mentre la logica imperante nella sfera dell’affettività è quella del do ut des. La protagonista all’inizio, razionalmente, non riesce a «far posto» alla sua creatura perché lei stessa si sente ancora troppo bisognosa di cure e di spazio sia fisico che interiore da non condividere con altri. Sara e Matteo fanno parte di quella folta schiera di «giovani adulti» intellettualmente maturi, ma emotivamente ancorati alla fase adolescenziale dell’esistenza che oggi, nell’era della postmodernità liquida, si protrae facilmente fino ai quaranta anni e forse più».
La caratteristica più originale del romanzo è senza dubbio il fatto che nelle pagine affiora, ogni tanto, una vocina: quella del piccolo essere che, da dentro la pancia, commenta gli avvenimenti dal suo punto di vista. Come
le è venuta questa idea?
«Dalla convinzione che l’embrione, poi feto, non appartiene alla donna , ma alla vita. La sua dignità proviene dal pensiero creativo stesso che lo identifica come soggetto e non oggetto. Sara scopre durante il suo travaglio interiore che il bambino nel suo grembo è persona “fin dal principio”: in lei, ma distinto da lei; esiste in Sara, ma non è per Sara! Non può quindi essere considerato un mero incidente di percorso, un errore di calcolo, ma Persona distinta dalla madre e che reclama a gran voce il suo diritto ad esserci. La mancanza di rispetto della persona umana nasce dall’anteporre il concetto di libertà, intesa come desiderio di essere onnipotenti, senza limiti, alla verità, intesa come identità creaturale radicata in Dio. Il pensiero dell’attuale società tecnologica si oppone a tale verità: Dostoevskij scriveva che se Dio non esiste, tutto è possibile! È vero e in tal senso la verità stessa non ha più alcun valore».
Quanto c’è, in queste pagine, del suo lavoro di psicoterapeuta? Le capita spesso di trovare persone nella situazione di Sara e Matteo, i protagonisti del libro?
«Sono quasi venticinque anni che svolgo questa professione e mi è capitato spesso di conoscere persone intelligenti, ma emotivamente fragili e per questo sofferenti. Sempre più frequentemente mi viene richiesto un supporto per crisi di coppia o magari semplicemente per sintomi d’ansia, come attacchi di panico, che coprono un disagio esistenziale legato alla sfera affettiva. Come già accennato i rapporti d’amore tendono ad essere sempre più easy, liquidi, temporanei e ciò non sempre corrisponde all’esigenza intima di trovare un compagno di cui fidarsi e con cui condividere la vita. Si vive una relazione rimanendo sulle difensive fondamentalmente per non soffrire, ma questo limita la crescita dell’amore. Nel Talmud si legge che le acque del Mar Rosso si aprirono al passaggio del popolo dopo che il primo uomo si
era gettato in mare. Manca l’affidarsi completo all’altro, si preferisce essere cauti e non rischiare, ma così è difficile che le acque si aprano!»
Nel libro si accenna anche alle conseguenze psicologiche che un aborto lascia in una donna. Cosa dice la scienza a proposito?
«Le conseguenze psichiche dell’aborto sulla donna possono essere molteplici. È bene dire subito che purtroppo la Sindrome Post Aborto non compare come categoria nei manuali diagnostici di psichiatria. Essa rientra comunque all’interno del Disturbo post traumatico da stress e può insorgere sia dopo l’evento aborto, ma anche a distanza di molti anni, con incapacità di provare emozioni, distacco dagli affetti, disturbi nella sfera sessuale, disturbi d’ansia, depressione, disturbi del sonno. Le conseguenze psichiche del post aborto volontario sono state studiate in America fin dagli anni 60 del secolo scorso. La definizione Post Abortion Stress Syndrome è di Vincent Rue che, nel 1981, a un Congresso su “Aborto e relazioni familiari”, tenutosi negli USA davanti alla Commissione di Giustizia del Senato».
Nel prologo scrive: «Questa è la storia più bella che sia mai stata udita o scritta». Non si parla ovviamente solo della storia di Sara e della sua gravidanza...
«No, sicuramente. Il prologo rimanda alla storia della Creazione ad opera di Dio, per cui la relazione affettiva di Sara Matteo vuole evocare il senso di universalità che ci accomuna ; ogni coppia, nella sua peculiare e misteriosa unicità, ha forse in sé qualcosa dei due protagonisti o meglio dei loro limiti. Tentare di scrivere oggi è estremamente difficile perché si rischia di esprimere pensieri, sensazioni, emozioni forti, ma già noti oppure banali se non addirittura volgari e scontati. È un rischio che, da qualche anno, ho deciso di correre nella speranza che ciò in cui credo e che è in parte anche frutto della mia esperienza professionale e umana possa essere d’aiuto a qualcuno».
Voglio nascere