L’utopia di una vita senza industrie
Sette, 28-11-2014, Diego Gabutti
Ritorno nei campi, lotta agli sprechi, comunità autosufficienti non salvano il mondo. Un pamphlet smonta la descrizione felice Morte e sepolte le ideologie assatanate, in ascesa le religioni radicali, tra le une e le altre si colloca uno strano ibrido, per metà crociata contro gl’infedeli e per metà utopia reazionaria: la «decrescita», da alcuni detta anche «felice». Nemici del consumo in sé e per sé, anzi delle «merci», però favorevoli allo scambio di «beni», che è poi un altro modo, ma più frugale e affettato, da mignolino alzato all’ora
del tè, di nominare sempre le merci, i pasdaran della decrescita, o meglio i «decrescisti» - come li chiama nel suo Contro la decrescita Luca Simonetti, già autore d’un libro contro l’ideologia di Slow Food, Mangi chi può – sono gli ultimi nostalgici di ciò che una volta la destra hard, in «rivolta contro il mondo moderno», chiamava Tradizione digrignando la maiuscola. Oggi il passatismo ha cambiato cavallo. È a sinistra, tra i reduci del marxismo rococò degli anni Sessanta e Settanta, tra i fan di Pier Paolo Pasolini e di Jean Baudrillard, d’Ivan Illich e di Cornelius
Castoriadis che oggi prospera una nostalgia irragionevole per chissà quale mondo «posteconomico» - un mondo senza industrie, né grandi né piccole, senza tutti quegli «inutili gadget elettronici» che non rendono gli uomini migliori né più liberi, senza automobili e senza aeroplani che del resto «non portano da nessuna parte», senza inquinamento e senza sprechi, senza plastica, senza pubblicità, dove la sera non si guarda un film né si ascolta un «ciddì» (vade retro) ma si raccontano «storie tradizionali» e si suona la fisarmonica.
Mangi, chi può. Meglio, meno e piano
L’ideologia di Slow Food