L’assenza del volto del nemico
L’Indice dei libri del Mese, 01-01-2015, Denis Viva
Quando si affronta il traumatico rapporto fra gli artisti e la Grande guerra sorgono almeno tre questioni fondamentali, tre diverse piste di indagine, se così si può dire. La prima è quella più intuitiva: come gli artisti hanno rappresentato la Grande guerra? Come l’hanno testimoniata attraverso le loro immagini? Da questo primo quesito, radicato nella funzione rappresentativa e documentativa di cui l’arte si fa, solo talvolta e in minima parte, ma indiscutibilmente, carico, nasce il secondo: che differenza esiste tra la visone pubblica (e inevitabilmente propagandistica della guerra) e quella privata o a destinazione artistica, espressa sovente dai medesimi artisti? Se quest’ultimo è un tema complesso, poiché intreccia biografie e convinzioni politiche, stili e ideologie, entusiasmi intervenisti e cocenti delusioni al sospetto della vera guerra, è stato tuttavia il terzo quesito, almeno da un punto di vista storiografico,
quello più indagato. Esso riguarda in larga parte l’Europa, ma in particolar modo l’Italia, ed è il seguente: quale metamorfosi è avvenuta nelle arti visive durante il conflitto? Perché sorse fra gli artisti quel profondo ripensamento che fece loro rinnegare le avanguardie e intraprendere le strade di un nuovo classicismo, di un “ritorno all’ordine” o di “valori plastici”, come furono chiamate a quel tempo in Italia?
Affrontando nell’ordine ciascuno di questi interrogativi bisogna rilevare che, soprattutto per i primi due, soltanto recentemente si è cominciato a raccogliere in Italia una documentazione adeguata. Si aggiunga che, nel panorama italiano della storia dell’arte, i testi e le mostre al riguardo non sono così numerosi come si sarebbe indotti a credere in un primo momento, e una selezione qualitativa sfoltisce anche il fioccare più recente di iniziative. È del
2005 uno dei testi che affronta complessivamente il problema: La Grande Guerra degli artisti. Sotto i termini di “iconografia bellica” e di “propaganda” (visiva, soprattutto in un’epoca di forte analfabetismo) si analizzano le opere interventiste dei futuristi, quelle di Anselmo Bucci, arruolato con questi ultimi nel Battaglione lombardo volontari ciclisti e automobilisti, e quelle di altri validi artisti e illustratori, da Giulio Aristide Sartorio a Giuseppe Scalarini, che a vario titoli furono vicini al fronte. Da tutti si rileva la medesima difficoltà nell’elaborazione dell’immagine; difficoltà descritta magistralmente proprio da Bucci: “Tutti sanno meglio di noi, che l’abbiamo guardata vicino, che la guerra è invisibile. È arcinoto che questa guerra plasticamente, graficamente non esiste: è dramma musicale, non è spettacolo. Essa non può divenire un pretesto pittorico”.
La Grande Guerra degli artisti
Propaganda e iconografia bellica in Italia negli anni della prima guerra mondiale