Spadolini, precursore del confronto fra laici e cattolici
Toscana Oggi, 07-09-2014, Antonio Lovascio
Non so come commenterebbe il percorso ed i contenuti delle Riforme istituzionali avviate da Matteo Renzi, a partire da quella del Senato. Certo Giovanni Spadolini incoraggerebbe i buoni propositi del Premier e delle «due maggioranze» che lo sostengono su binari diversi, lui che viene ancora oggi ricordato come uno «statista riformatore», pioniere del rinnovamento dello Stato e dei partiti, tuttora allergici a dare una risposta convincente alla «questione morale» da lui spesso denunciata, per annientare un virus che purtroppo seguita a corrodere i gangli vitali del Paese. Però non avrebbe tollerato che i «grillini» trasformassero in uno stadio da corrida l’assemblea di Palazzo Madama, da lui guidata dal 1987 al 1994 con grande equilibrio e con una innata vocazione al dialogo ed alla mediazione, dopo le esperienze di Ministro fondatore dei Beni Culturali, poi dell’Istruzione e della Difesa e soprattutto di Presidente del Consiglio (1981). Nella tanto vituperata Prima Repubblica, Spadolini incarnava «uno stile», un modo di essere e di fare politica simile a «un’idea di civiltà», che emergono dai due volumetti pubblicati in occasione delle celebrazioni del ventennale della morte, il 4 agosto scorso: la raccolta di scritti («La mia Firenze») che il giornalista-storico ha dedicato alla sua città, stampata e diffusa da «La Nazione» in omaggio ai suoi lettori; la biografia, agile ma intrigante (Indro Montanelli la definirebbe «napoleonica» come la vita dell’amico direttore) anche per i non addetti ai lavori, edita da Polistampa con una significativa introduzione di Carlo Azeglio Ciampi che nobilita questo spaccato di storia del secondo Novecento. Entrambi i libri sono stati curati con devozione
dall’allievo prediletto, Cosimo Ceccuti, che gli è rimasto accanto per oltre 30 anni e ne ha assunto l’eredità dirigendo la rivista Nuova Antologia e presiedendo la Fondazione ospitata nella «Casa dei libri» dove il Maestro viveva quando tornava in Toscana, a Pian dei Giullari, alternandola con la villa di famiglia a Castiglioncello. Da queste due iniziative editoriali (Mauro Pagliai dal 2004 pubblica già con la sigla Polistampa gli oltre 4 mila articoli scritti da Spadolini per i maggiori quotidiani) è uscito un profilo con qualche sfumatura inedita di uno dei grandi protagonisti e studiosi dell’Italia repubblicana. Nuove testimonianze e documenti ne mettono in luce non solo la modernità del pensiero e l’alto senso dello Stato, ma pure l’amore infinito per Firenze, per l’Europa, la profonda fede nella libertà e nella democrazia. Al discepolo riesce forse meno difficile metterne in risalto lo spessore culturale: Spadolini se l’era costruito fin da giovane (in cattedra a soli 25 anni!) studiando uomini e tempi dal Risorgimento in poi, il periodo della Costituente, l’esperienza centrista di De Gasperi, come più tardi seguirà con interesse la nascita del Centrosinistra e la svolta del «Compromesso storico». Non solo, ma anche durante i lunghi anni in cui aveva diretto «Il Resto del Carlino» (1955-1968) – prima di approdare a Milano come direttore del «Corriere della Sera» (1968-72) – non aveva mai smesso il settimanale pendolarismo con Firenze, dove, nella prestigiosa Facoltà di Scienze Politiche «Cesare Alfieri», insegnava storia contemporanea: qui aveva creato una vera e propria scuola di ricerche storiche, da cui sono usciti, oltre a Ceccuti, altri
docenti di livello come Luigi Lotti, Pierluigi Ballini e Angelo Varni. Quel suo personalissimo, inconfondibile «ragionare di storia» certo gli è servito anche nell’ascesa politica e come uomo di governo e delle istituzioni. Molto prima e più di altri aveva capito l’importanza del confronto tra laici e cattolici, come ama sottolineare il priore della Basilica di San Miniato al Monte padre Bernardo Maria Gianni nelle annuali commemorazioni e accompagnando visitatori eccellenti nel cimitero delle Porte Sante, dove lo statista è sepolto. Lo dimostrano del resto alcuni suoi testi fondamentali: dal «Papato socialista» (1950) a «L’ opposizione cattolica» (1954), da «Giolitti e i cattolici» (’60) a «Il Tevere più largo» (’70), a «Le due Rome» (’73). Formula quella del «Tevere più largo» già lanciata da Spadolini all’indomani dell’avvento di Giovanni XXIII e ribadita nel suo primo editoriale sul «Corriere», in un periodo fra i più tormentati della nostra storia – il Sessantotto – con la contestazione nelle università e tutti i successivi, drammatici strascichi degli «anni di piombo». Spesso in sintonia con Papa Montini (fu tra i primi ad elogiarne il vibrante «appello agli uomini delle Brigate Rosse» prima dell’uccisione di Aldo Moro) e soprattutto con Giovanni Paolo II, quando parlavano, con «amichevole confidenza», della Polonia e di Cracovia, della necessità che Usa e Urss ponessero fine alla Guerra Fredda e trovassero un’intesa per il disarmo. Ripensando a quegli anni, si comprende quanto ci manchino uomini come il Professore, De Gasperi, Einaudi, La Pira, Moro.
Giovanni Spadolini
Giornalista, storico e uomo delle Istituzioni