“In tre tempi” di Donatella Contini
Erba d’Arno, 21-09-2013, Leandro Piantini
Donatella Contini ha scritto molto ma continua a stupirci. È ammirevole la sua tenacia e la sua vitalità con cui continua a pubblicare libri su libri. Di recente è uscito un suo nuovo volumetto, intitolato In tre tempi. Delle tre parti in cui è diviso la più interessante a mio parere è la prima, intitolata “Tra le stanze di casa”. Di grande rilievo per es. vi appare il ritratto che viene fatto di Sandrino, che in queste pagine risulta un personaggio di grande spicco – carismatico e misterioso -, egli che nella famiglia della narratrice fu un “irregolare” ed ebbe una vita difficile ma da protagonista, soprattutto nella gestione dell’importante collezione d’arte della famiglia, una collezione destinata a diventare leggendaria. Sandrino era il “cugino grande”, che un giorno decise di andare a vivere negli Stati Uniti perché “deluso e umiliato dalla moglie”. Il racconto della Contini allude alla sua morte per suicidio e ad altri episodi ancora che fecero assurgere alcune persone, soprattutto i due fondatori della dinastia – Alessandro e Vittoria, marito e moglie – agli onori della cronache, qualche decennio fa. Eccoli colti dal vivo mentre sono tutti presi dalla comune passione per l’arte e forse hanno scoperto un quadro che non vogliono assolutamente perdere: “Se sostavano insieme davanti a una tela, era interessante osservarli: di poche parole tutti e due in questi casi, procedevano per gesti e accenni, e anche grugniti... Ma serpeggiava tra loro, quasi sepolta, una potente eccitazione, sicuri e insieme soggiogati da una forza a cui si inchinavano senza riserve mentali, se ne valeva la pena. E spesso valeva”. Nelle suggestive e ispirate pagine
della Contini, troviamo tante altre persone di famiglia, e tanti letterati importanti, amici di famiglia che frequentano le loro case. Ne risulta uno spaccato di vita mondano - letteraria, fiorentina ma non soltanto fiorentina, che abbraccia gran parte del secolo scorso. Le già note e sperimentate qualità della narratrice – che dopo l’esordio letterario avvenuto nel 1991 (tralasciando le sue prove giovanili iniziate a 15 anni) ha pubblicato numerosi volumi di racconti e anche diversi atti unici teatrali – trovano forse nella prima parte di questa sua ultima fatica il loro esito più convincente. Qui siamo immersi in piena memoria autobiografica, lontano dalle fiction dei precedenti racconti d’invenzione. Il nuovo libro è una fioritura di narrazioni in cui sono stati finalmente messi al centro fatti e persone della sua vita reale e questo a ben vedere ha giovato al risultato d’arte che ne è conseguito. Mai, a mio modo di vedere, Donatella Contini era stata scrittrice così convincente come in queste nuove narrazioni scritte con mano ferma e sintassi nitida, tese come sono a distillare da una lunga e operosa esistenza sostanziosi succhi di verità e di poesia. Non so se si possa del tutto condividere la definizione di “romanzo” ch l’autrice dà del suo libro. Che è comunque una dichiarazione importante perché sottolinea l’intenzione di affermare il carattere unitario del libro. Anche se può essere opinabile che di romanzo si tratti, è comunque un libro necessario, che la scrittrice doveva prima o poi realizzare. In esso forse avviene, nella forma migliore e più completa, la fusione dei tre elementi che secondo me costituiscono gli ingredienti della
sua ispirazione: memoria autobiografica, invenzione romanzesca nutrita di intenzioni etiche e fisiognomiche, racconti di viaggio, genere per il quale la nostra scrittrice sembra particolarmente attrezzata. E infatti in essi mostra il brio e la disinvoltura del rapporto di razza. C’è un tema che percorre tutte queste pagine, quello del bisogno che ha guidato la narratrice a conoscere se stessa: un arduo traguardo per tutti, e forse per tutti irraggiungibile. “No, non mi conoscevo. Sapevo tante cose di me che mi erano accadute nel tempo. ...Forse neppure Rembrandt che si ritraeva continuamente a ogni svolta, giovane vecchio maturo, forse neppure lui conosceva se stesso. Provava e riprovava. E gli riusciva, o così sembra a noi. Sapere tante cose, ricordarle, risentirle presenti non basta. No, non mi conoscevo, finché un giorno...” Di questo ultimo e impegnativo lavoro della Contini vorrei, in conclusione, sottolineare il contributo che dà alla comprensione della sua letteratura: io che conosco da molti anni i suoi libri vorrei indicare in due qualità la sua singolarità di scrittrice: uno sguardo fermo e disincantato sulle cose  e sulle persone; coadiuvato dal poter far ricorso ad una scrittura calda e sobriamente elegante e raffinata. Vorrei infine dire del grande spazio dato all’amore, all’innamoramento della narratrice per il compagno della sua vita, e poi al matrimonio. Dopo i turbamenti adolescenziali, la forza della passione che coinvolge ambedue, e poi il loro legame, forte e continuo. Il tutto reso con una vivezza esemplare, come un dono ricevuto dalla vita, da un destino generoso e di ci la narratrice non finisce mai di stupirsi. A noi, questo grande dono è stato fatto a noi!  
In tre tempi