Agli inferi della solitudine
Caffè Michelangiolo , 01-01-2013, Leandro Piantini
In questo romanzo breve pressoché perfetto troviamo la narrazione della lunga sofferenza di una donna che la perseguita praticamente dalla nascita. Un malessere psicologico e caratteriale radicato dentro il suo animo, tanto da procurarle continue frustrazioni e sconfitte. Il racconto segue due binari, quello di Chiara adolescente e di Chiara adulta, che s’intrecciano e corrono l’uno a specchio dell’altro. Una sindrome di dolore e d’inadattabilità che permane immutata nella vita dell’adulta, divenuta insegnante di lettere, tanto che la frase sconsolata, «nulla cambia, nulla cambierà mai», è un refrain ripetuto in maniera ossessiva a scadenze fisse nel racconto. Quel mondo di frustrazioni e di lutti –a Chiara è morto suicida l’amatissimo fratello Luca – subirà delle modifiche solo nel senso che se viene tenuto a bada finché la ragazza è adolescente, arriva ad esplodere quando essa diventa adulta. La Penni signoreggia, da scrittrice talentuosa com’ è, questo mondo angoscioso, dove sembra muoversi come nel suo elemento naturale. E lo dico perché conosco anche il suo primo romanzo, La stanza di ghiaccio, uscito nel 2008, che con questo ha molti punti di contatto. Questa volta direi però che siamo molto più avanti del realismo psicologico del primo libro. La malattia della protagonista è tutt’altro che visibile e “chiara”, come dice il suo nome, anzi è fosca e indecifrabile, ha a che fare con quella «energia oscura», evocata spesso in queste pagine, che essa sa di possedere e che ogni tanto le dà degli ordini ai quali deve obbedire. Gli eventi più importanti del romanzo sopraggiungono sempre quando
è questa forza misteriosa a prendere il sopravvento e a scatenarsi. La malattia di Chiara è enigmatica, e non sembra sufficiente a spiegarla il fatto che Chiara è figlia di genitori anaffettivi. Essa ha qualcosa di fatale ma anche di biologico, è insita nella sua natura di donna. Un “femminile” arcaico e perturbante, che forse la rende più simile a tante donne vittime di destini guasti e malsani, come troviamo nei romanzi di Elsa Morante e di Anna Maria Ortese, (quelle “donne-serpenti”, come l’Iguana dell’omonimo romanzo dell’Ortese), che alla “normale” infelicità che la letteratura sulle donne ha spesso raccontato, e che di regola ha origini familiari e sociali del tutto comprensibili. Dal convulso finale di questo avvincente romanzo non veniamo a sapere se Chiara abbia veramente ucciso qualcuno, ma certamente sono maturate in lei tentazioni omicide che non perdonano. Uccidere o essere uccisi. Tertium non daturnelle strettoie strangolatorie in cui è venuta a cacciarsi la sua vita, accecata da invincibili pulsioni autodistruttive. Questo romanzo rientra nella categoria, molto ampia nel Novecento e viva anche oggi, che potrei catalogare come “essere donna nella scrittura”. Il Novecento ha molto allargato lo spazio femminile della scrittura. Mancano statistiche in proposito, ma credo che la maggioranza dei romanzi che escono oggi in Italia siano opera di donne. E non credo che sia un caso. La crisi di Chiara è cominciata l’estate in cui ha «scoperto di essere sola al mondo», in una fa- miglia in cui tutto è falso, con dei genitori perbenisti che non si amano: «la mia vita non è altro che una pila di brutti ricordi, nessuno è mai
stato capace di ascoltarmi e tutto è scivolato via come inutile acqua sporca». Da adulta viene lasciata dal marito Carlo, che le toglie anche il figlio, Lorenzo. Nella sua vita tutti la deludono, tutto è falso, solo le sue lacrime sono vere. Va a finire che rimane sempre sola, alle prese con la sporcizia della casa e con la sua mania delle pulizie… La scrittrice scava impietosa, conduce la storia con ammirevole determinazione, con una durezza spietata che non risparmia nessuno. Nel romanzo la schizofrenia è sempre in agguato. La Penni non racconta nei dettagli la malattia mentale di Chiara ma racconta – e con grande efficacia – i suoi prodromi, la sua misteriosa incubazione: questa scelta concorre ad accrescere la tensione emotiva del racconto, che arriva ad essere spasmodica, ritmata dal sistematico inserimento di parole in corsivo che sono le voci interiori, le allucinazioni uditive che perseguitano la donna. E nel finale la narrazione ha una brusca accelerazione, col crescendo dei gesti folli e insensati di Chiara, che culminano in una pagina davvero splendida: «Ci sono, sono io, sono viva. Sono una signora sulla quarantina che cura poco il suo aspetto, ma secondo alcuni ancora affascinante, ancora capace di sorprendere… sono Chiara, sono Chiara Castellani… Scolara ribelle. Studentessa modello. Ex sorella. Ex moglie. Ex madre… la ragazzina anoressica che ha il vizio di ferirsi le mani… quella strana della Terza D che studia danza classica… la tizia con i denti storti, il padre imprenditore e la madre molto bella… Sono io. Sono sempre io. Devo uscire. Devo vedere che fuori dalla mia casa tutto è ancora come prima. Devo toccare l’asfalto e gli alberi, che non cambiano mai».
Silenzio