Una vita di versi. Hart Crane
Reality Magazine, 01-03-2014, Paolo Pianigiani
Chi muore giovane è caro agli dei, dicevano gli antichi greci. E Hart morì giovane, a 32 anni, lasciandosi cadere dalla tolda del piroscafo Orizaba, che attraversava il Golfo del Messico. Suicida. Il suo corpo non sarà mai ritrovato, scomparso nel nulla del mare. Cibo per i pesci. è uno dei rari scrittori che non si nasconde, la vita è sempre dentro alla parola scritta. Ha lasciato il segno, profondo, lui diverso, sognatore, aristocratico e solo. Con il suo dono fra le mani: la poesia. Recentemente Polistampa, nella collana “Biblioteca del Caffè” ha pubblicato Il Ponte, insieme all’ode La torre spezzata, mai tradotta in italiano, e quindi inedita per i non specialisti, a cura di Giacomo Trapani. Attenta e intrigante la traduzione, che riproduce il testo a fronte con musicalità e assoluta fedeltà. Non è facile tradurre Crane, il poeta che più di altri ha scavato nell’anima del sogno americano, da sempre alla ricerca di una sua identità perduta per sempre, nella lontana Europa, da dove tutto ebbe origine. Il dialogo fra l’originale
e la traduzione italiana è vivace, cerca nella nostra lingua rimandi e forme epiche, visionarie. Da togliere il respiro. Ma veniamo a il Ponte, il libro unico di Hart: «La sola giustificazione della mia vita», come disse Campana dei suoi Canti Orfici. Il viaggio comincia nel mezzo dell’Oceano Atlantico, in ascolto dei pensieri di Cristoforo Colombo. Crane fa nascere il suo libro quando tutto ebbe inizio: nel sogno, che è incubo e invocazione, nella mente e nelle parole del grande viaggiatore, che in fondo scoprì la nuova terra per un suo errore. Lui cercava le Indie. La strada breve. Trovò il nuovo mondo, l’altra metà del cielo. Le immagini si dilatano subito verso confini che non esistono, per chiudersi al termine sulle ali dei grandi uccelli bianchi che annunciano la terra, piena di mistero e promesse. Si chiude nell’età contemporanea, nel mezzo del ponte di Brooklin, al punto di arrivo di una ricerca piena di evocazioni, simboli, miti perduti e ritrovati, dove la cultura del poeta trova alimento e nutrimento per i suoi versi nervosi, fluttuanti
come le onde del mare, o il sorriso sempre uguale degli sguardi. C’è forse, come nell’Ulysses di Joyce, l’intravista speranza, a termine della strada: «sussurri d’antifona ondeggiano nell’azzurro». Il viaggio è finito, si può riposare, in equilibrio, instabile; quanto instabile, lo sanno solo i poeti. Il testo La torre spezzata è l’anticipo della fine. Non ci può essere promessa realizzata, nel nostro mondo. Tutto è un vortice verso il nulla. Ci salva solo la musica, che rimane, delle parole che abbiamo ascoltato e scritto. Una vita che brucia, come quella di Rimbaud, che non si uccise come uomo nel mare, ma come poeta sì, disperdendo i suoi deliri fra le strade di Parigi. E trasferendosi in Africa, a commerciare armi. Crane resta nel mondo anglosassone come un segno nero, mai completamente compreso, sempre temuto, come devono essere temuti i desideri oscuri. Un poeta che fa pensare e che ci lascia, intero, il suo mistero. Che va oltre la bellezza classica dei suoi versi, dove affonda intera la sua vicenda umana.
Il ponte / La torre spezzata