Lo scaffale di Poesia
Poesia, 01-11-2013, Enzo Rega
Anna De Simone inanella una serie di dimore, o “patrie poetiche”, molte presumibilmente visitate di persona, altre raggiunte per mezzo mondo attraverso le pagine dei loro abitatori. Per ciascuno, un breve profilo critico, una serie di citazioni nel testo, o come didascalia delle numerose foto, e un componimento, ufficialmente antologizzato e indicizzato: poesie soprattutto, ma anche prose: la casa del poeta è innanzitutto la sua opera. Attilio Bertolucci: “Ora la casa è vicina e ti prende / la smania delle stanze chiuse dove / tra lumi e volti un tuo / grido s’accende, // celeste messaggero della notte”. Per Bertolucci, specifica Anna De Simone, la casa era il luogo dell’impossibile attesa della madre. Casa e madre fanno tutt’uno anche per il “nido” di Pascoli in “Sogno”: “Per un attimo fui nel mio villaggio, / nella mia casa. Nulla era mutato. Stanco tornavo, come da un viaggio; / stanco, al mio padre, ai morti, ero tornato. // Sentivo una gran gioia, una gran pena; / una dolcezza ed un’angoscia muta. / – Mamma? – È là che ti scalda un po’ di cena. – / Povera mamma! E lei, non l’ho veduta”. La lacerante contraddizione del ritorno a casa: la volontà di trovare tutto com’era; la realtà del cambiamento. Se voci e morti popolano, tra sogno e realtà, le case di Bertolucci
e Pascoli, ecco Kavafis: “Voci ideali e amate / di quanti sono morti, di quanti / sono per noi perduti come i morti. // A volte ci parlano nei sogni, / a vole le ode la mente tra i pensieri”. Allo sforzo della memoria, e alla scorciatoia del sogno che s’insedia nel passato come fosse ancora presente, fa da controcanto, per alcuni, la dolorosa dimenticanza, soprattutto quando la condizione d’esilio non è quella metaforica del nostro essere passeggeri su questa terra, ma storicamente determinata, come in Brodskij: “Ho scordato il villaggio, sperso nelle paludi / della provincia tutta boschi”; ma anche qui il poeta recita, a seguire, i rosario dei tanti che sono scomparsi. È difficile dunque ritrovare nelle stanze di una volta, è impossibile proprio entrare: “La chiave c’era e non c’è più”, scrive la Szymborska, che però poi, altrove, ricostruisce la planimetria stessa della propria abitazione, e al contempo la mappa della quotidianità: “a destra c’è la mia casa, che conosco da ogni lato, / insieme ai suoi scalini e all’entrata, / e dentro accadono storie non dipinte: / il gatto salta sulla panca, / il sole cade sulla brocca di zinco, / dietro al tavolo siede un uomo ossuto / a aggiusta un orologio”. Il rapporto tra casa e madre , più volte evocato, non può portarci alla lingua-madre.
Non è caso allora che Anna De Simone dedichi ampio spazio ai poeti che scrivono nella lingua delle loro terre, dal nord al sud Italia – lo stesso Brodkij legava le due cose a proposito dell’esilio che non riguarda solo la casa, per cui “la condizione che chiamiamo esilio è, prima di tutto, un evento linguistico: uno scrittore esule è scagliato, o si ritira, dentro la sua madrelingua”. Così nell’esilio metaforico della vita stessa, il magnetismo del dialetto può servire a riconquistare un utero esistenziale. Un gioco di rifrazioni tra terre diverse viene così analizzato da De Simone: “Fa male ripensare a una Serenissima e a un Friuli svaniti assieme all’infanzia, ma vivi e vitali nella poesia fitta di echi e di voci e di volti di Mario Graziano Parri, che pur vivendo a Firenze, ha ancora negli occhi l’antica dimora delle nonna materna Elena Venier, trasposta in una Venezia vagamente brodskiana...”. Un gioco di specchi in cui possiamo trovare un autoritratto per spostamento della stessa Anna De Simone, siciliana d’origine, trapiantata a Milano e traduttrice dal friulano, che in questo libro ci fa toccare il “corpo” della poesia, in un viaggio cominciato quando, a vent’anni, l’autrice visitava la casa di Leopardi, un itinerario lungo il quale ci siamo qui fermati a ben pochi dei tanti indirizzi.
Case di poeti