Le due ossessioni di Oriana: «L’idea della morte e la libertà»
Libero, 09-04-2013, Giuseppe Pollicelli
L’antipatia come difesa contro il destino, le rare amicizie, gli esorcismi: il sodale Umberto Cecchi rivela il volto umano della grande scrittrice

C’è un concetto che, più di ogni altro, Oriana Fallaci ci teneva a ribadire: «Io non ho paura della morte». Lo ripete molte volte, nel libro Oriana Fallaci. Cercami dov’è il dolore (Ed. Mauro Pagliai, pp. 320, euro 13), in cui il suo amico e collega Umberto Cecchi - giornalista pistoiese classe 1940 (quindi più giovane di 11 anni rispetto a Oriana), per molti anni direttore de La Nazione - restituisce di lei un ritratto affettuoso, coinvolto e, cosa che non guasta mai in una biografia, ricchissimo di episodi inediti e di prima mano. Lo ripete così spesso da far capire che della morte, invece, aveva paura eccome. Affermare in continuazione il contrario era un tentativo di autoconvincimento, un fragile esorcismo. Era spaventata dalla morte, Oriana, poiché a lei non era toccato il dono confortante della fede: da qui il suo bisogno di sentimenti assoluti, di passioni fortissime (come quella per il rivoluzionario greco Alexandros Panagulis), di crociate intellettuali in cui sosteneva i suoi ideali con lo stesso fervore e la stessa «violenza» con i quali un integralista religioso battaglia per il proprio dio. Oriana aveva paura della morte perché, per lei, la morte equivaleva al nulla.

Un nulla cattivo

E l’idea del nulla la atterriva, come il racconto di Cecchi lascia intuire. La scena seguente, ad esempio, si svolse nei primi anni Sessanta, nella sala dissezione della facoltà di Medicina dell’Università di Firenze. Cecchi rievoca: «Lei ci ignorò, girò da sola per la grande stanza, si fermò davanti ai due corpi stesi nudi sui tavoli, osservò a lungo la testa serrata nella morsa, studiandone il volto che aveva un che di stupefatto. Come meravigliato di trovarsi lì. Era un uomo, mi disse. Aveva sentimenti. Dove sarà ora? Cosa sarà? Tutto qui? Una testa tagliata a disposizione di studenti smanierati? È così che
finisce la storia?». Se Oriana ne era così impaurita, è anche perché la morte è stata per lei una compagna costante, tanto detestata quanto invece era amata l’altra presenza irrinunciabile della sua esistenza, la libertà. «Ho due ossessioni», diceva Oriana a Umberto Cecchi, «la morte e la libertà: combatto contro la prima con grande determinazione, quasi con disperazione, e in difesa della seconda con una tenacia che neppure la morte potrebbe cancellare. Ma non devi confondere le cose: non ho detto di aver paura della morte, ho detto che mi ossessiona, perché la morte ha falciato impietosa fra i miei affetti. È una nemica. Per questo la combatto e questa lotta mi toglie le forze. Mi sfianca. La morte è uno spregevole tiranno». Come accade alle persone fornite di un’intelligenza e di una sensibilità fuori dal comune, Oriana Fallaci subiva le ferite della vita con un’intensità speciale, e a ciò reagiva (Cecchi lo conferma) indossando la ben nota - e sgradevole - maschera della durezza, dell’anti - patia. Atteggiamenti alimentati anche dal fatto di essere una donna che, per incoercibile vocazione, aveva scelto di operare in un mondo composto - soprattutto quando lei era giovane - essenzialmente da uomini. Una volta Cecchi, che nei confronti dell’amica era sempre un poco in soggezione, si fece coraggio e glielo chiese in faccia: «Oriana, hai dovuto fare uno speciale corso universitario per renderti così antipatica o ti viene naturale?». La reazione di lei fu raggelante: «Prese automaticamente il pacchetto delle sigarette cercandone una. Ma ricordandosi dove eravamo e che lì non si poteva fumare la rimise nel pacchetto. Senza abbandonarmi mai con lo sguardo, come un sistema di puntamento che avesse agganciato l’avversario e stesse per abbatterlo. Ero lì, inerme, virtualmente legato al suo meccanismo di sparo, al suo  fastidio di dovermi rispondere su un tema che non aveva nessuna voglia di affrontare. Non mi mollava, e il grigio-scuro metallico degli occhi si andava facendo più
profondo. (…) Mi disse a voce così bassa che la sentii a malapena: non sono io a essere antipatica. È la vita che è antipatica con me». Anche alla base di uno dei libri più famosi e discussi di Oriana, Lettera a un bambino mai nato, uscito nel 1975, c’è il tema della morte.

Il primo aborto

La più angosciosa e inesplicabile delle morti, quella degli innocenti. Franco Cardini, nella sua prefazione, scrive: «Avevo sempre creduto che fosse diretta a un suo figlio non voluto o rifiutato, magari mentalmente prima e piuttosto che non fisiologicamente, oppure - al contrario - atteso e desiderato eppure mai venuto al mondo: apprendo da questo libro che Oriana era rimasta scossa dal racconto che le aveva fatto sua madre di un suo fratellino minore abortito in un androne, nei mesi più drammatici della guerra, mentre il padre - del quale in termini entusiasti mi aveva parlato Vittore Branca, in quei momenti esponente della resistenza cattolica fiorentina - era a Villa Triste, nella mani della banda Carità». E chissà che un primo vagito di quello struggente libro non si sia manifestato, in Oriana, in occasione di quest’altra traumatica esperienza giovanile, ricostruita anch’essa da Cecchi: «In un lavandino del laboratorio c’era - no due cadaverini di bambini. Bianchi come burro. Quasi traslucidi, le vene in evidenza come strade appena più scure segnate su una mappa troppo chiara. Erano minuscoli. (…) Lei rimase impietrita. Mi resi conto che avrebbe voluto toccarli, ma non osava. Come sono piccini, disse con un filo di voce. Dio mio, come sono piccini… ». Oriana Fallaci aveva interrotto gli studi di Medicina molto prima di giungere alla laurea, ma si era brillantemente diplomata in un liceo classico di Firenze. Dunque conosceva senz’altro il modo in cui Orazio considerava le propria opera letteraria: aere perennius, più duratura del bronzo dei monumenti. È una definizione che vale anche per gli scritti di Oriana. Che la sua battaglia con la morte, alla fine, l’ha vinta.
Oriana Fallaci
Cercami dov’è il dolore