Viaggio nella memoria perduta
Corriere fiorentino, 14-10-2012, Chiara Dino
Ipotizzi una fine possibile già leggendo le prime pagine. E questa sensazione ti dà quasi fastidio. Un poco più avanti, però, capisci che il senso di «Storia di un manoscritto» della grossetana Dianora Tinti non sta tanto nel plot, nella trama di un romanzo che punta sull’effetto sorpresa, quanto sul significato stesso della lettura. Che è sempre un viaggio dentro se stessi e dentro un universo che si contrappone o dialoga con noi. Nel volume della Tinti questo meccanismo trova spazio già nella costruzione della storia. Laura è una cinquantenne che lavora in una casa editrice,
è sposata, ha due figli, conduce una vita tutto sommato tranquilla. Unico neo: nella sua esistenza c’è un buco nero. Un incidente in giovane età (quando ancora era una studentessa universitaria) le ha parzialmente danneggiato la memoria. La cosa non le ha impedito di costruirsi un’esistenza regolare, ma un’inquietudine sorda si impossessa di lei quando, per lavoro, si imbatte in un manoscritto. Tra le sue pagine ravvisa qualcosa che la riguarda e si muove alla ricerca dell’anonimo autore del libro, quel Giulio che le rammenta qualcosa di indefinito. Pagina dopo pagina, aiutata anche dalla presenza
di un’amica che la guida e la spinge ad affrontare il passato, e complice anche il ruvido paesaggio maremmano, Laura colma il vuoto che l’ha accompagnata per tutta la vita. In qualche modo ci fa i conti e mette a posto alcuni tra i pezzi più importanti della sua esistenza. Il viaggio nella memoria perduta si sovrappone al viaggio dentro alle pagine del manoscritto per ricordarci che leggere è un rischio, che ci riguarda tutti perché mette in discussione le nostre convinzioni più intime, ma è quasi sempre un rischio da correre se, come in questo caso, ci aiuta a trovare la nostra interezza.
Storia di un manoscritto