Dianora Tinti, la scrittrice delle donne che piace agli uomini
Maremma Magazine, 01-10-2012, Alessandro Angeli
Un successo editoriale dopo l’altro, l’ultimo con un bel romanzo, ancora fresco di stampa, interamente ambientato in Maremma. È Dianora Tinti che dopo il “Il pizzo dell’aspide” (2007) e “Il giardino delle esperidi” (2009) ha da poco lanciato il suo terzo: “Storia di un manoscritto”, edito da Mauro Pagliai Editore

Vedendola sorridente sulla copertina di uno dei suoi romanzi, nelle foto che popolano il suo sito oppure mentre, con fare semplice e spontaneo, dispensa autografi durante le presentazioni di fronte ai lettori che la incalzano per avere una dedica, viene subito da pensare a scrittrici famose e supermondane, penso alla Rowling per dirne una, di cui le gigantesche eco arrivano fin da noi, nell’ultraprovincia italiana. Ma Dianora Tinti, non è solamente questo. Dietro all’aspetto pubblico, al suo sapersi promuovere, c’è molto di più: lei sa scrivere. Non nel senso che compone dei bei pensierini, ma nel senso che le parole prodotte dalla sua mano rimangono ben stampigliate sulla carta e, grazie ai variegati sentimenti che descrive, assumono un loro intimo peso specifico e formano ottime fondamenta per le sue storie. Sono parole, frasi, quelle di Dianora, che si trovano perfettamente a loro agio nella gabbia dell’impaginazione e che vanno a costruire il romanzo con destrezza, sorrette da una prosa puntualissima che non utilizza artifizi letterari, né figure retoriche logore, ma procede spedita cogliendo nel segno e sobbarcandosi il lavoro più sporco e duro, quello della caratterizzazione dei personaggi e della loro evoluzione. Insomma il lavoro, diremo, di un narratore antico, puro, di razza, per questo il suo sorriso sembra dirci: ecco io scrivo così, perché si scrive così e per questo sono brava e sorrido. A questo punto ci viene il dubbio che la Tinti sia una predestinata e che da subito lei si stia adoperando per riscuotere il successo di cui le sue colleghe anglosassoni godono, oppure che sia la reincarnazione maremmana della Tamaro o della Brontë, perché questi sono i nomi che impulsivamente ci vengono in mente quando ci avventuriamo nelle storie, nei desideri e nei sentimenti di Francesca e Antonio, di Egle e Ruggero o di Laura e Giulio. Ma sentiamo direttamente dalla sua voce cosa l’autrice maremmana pensa di sé.

Sei davvero la reincarnazione di Susanna Tamaro o Emily Brontë e, se non lo sei, in quale altro autore avresti voluto reincarnarti?
Complimenti per la domanda originale, non me l’aveva mai fatta nessuno... Premesso che credo nella reincarnazione e che le scrittrici che hai citato sono veramente due “grandi”, devo però ammettere che farei un po’ fatica sia a vedermi nei panni della taciturna ed introversa poetessa e scrittrice inglese, sia in quelli un po’ troppo compassati di Susanna Tamaro. Per temperamento sono più attratta da quelle sudamericane; Isabel Allende e Angel Mastretta, per esempio, sono le mie preferite, insieme a Gabriel Garcia Marquez. Non mi sono persa un loro romanzo, ma non vorrei essere nessuna di loro, perché credo nell’unicità della persona, nel senso che ognuno di noi ha un potenziale esclusivo e prezioso di emozioni da trasmettere che non può essere scimmiottato.

Ti senti in qualche modo la responsabilità di dover parlare al cuore delle persone o semplicemente è una tua vocazione naturale quella di occuparti dei sentimenti umani?
Credo sia una vocazione naturale che nasce dalla sofferenza e che ci rende molto più sensibili e aperti verso gli altri. Nessuna responsabilità, non do mai giudizi, sarebbe impossibile e presuntuoso dire cosa è giusto e cosa è sbagliato… preferisco lasciare ai lettori l’interpretazione, anche se in fondo suggerisco che la cosa migliore è comunque perdonarsi, accettarsi per come siamo, convivere con noi stessi e con le nostre fragilità. Sono sempre stata affascinata dall’universo multiforme dei sentimenti, delle tradizioni e della forza degli affetti perché rappresentano i punti chiave dell’esistenza, l’unico scoglio al quale gli uomini si possono aggrappare per non andare alla deriva. I mie romanzi trattano di questi ed anche se non è facile parlarne, io continuo nel mio viaggio all’interno dell’animo umano, anche perché in questi anni di presentazioni in tutta Italia mi sono accorta che quando si vanno a toccare le corde del cuore tutti sono interessati: donne uomini, giovani vecchi, ricchi e poveri. I sentimenti sono l’unica cosa che accomuna tutti! Attraverso il mio sito (www.dianoratinti.it) o Facebook ricevo molte lettere (alle quali rispondo sempre) anche di uomini che fra l’altro sono tra i miei più fedeli lettori, ed è proprio da ciò che mi raccontano che ho capito quanto bisogno ci sia d’amore. Chi scrive mette a nudo i propri sentimenti e parla inevitabilmente anche di sé e questo credo sia una forma di generosità che comunque poi torna indietro. “Ricominciare a quarant’anni - Racconto una donna simile a me” così ha intitolato il Corriere della Sera un’intervista a firma della giornalista Chiara Dino, mettendo l’accento sull’aspetto autobiografico dei miei romanzi. È vero che le protagoniste forse un po’ mi somigliano: combattive, mai dome, apparentemente forti, ma allo stesso tempo fragili. Donne che sanno vivere di emozioni, di sentimenti, di gioie e dolori e che sbagliano, perché vivere è anche sbagliare. Ma non è soltanto questo. Ho voluto costruire storie che diventassero per ogni lettore, uomo o donna che sia, l’emblema delle possibili svolte esistenziali, che testimoniassero la possibilità di trasformare le avversità, che comunque fanno parte della vita, in vere e proprie opportunità, prendendo da queste nuovi slanci e nuovi entusiasmi.

Da cosa prendi spunto per iniziare una storia, i tuoi personaggi sono inventati di sana pianta o
hanno una relazione con la realtà che vivi? Parlaci un po’ di loro.
Il mio primo romanzo, del quale sono state fatte sedici ristampe (dice orgogliosa, ndr) è “Il pizzo dell’aspide” e, sullo sfondo di un Salento caldo ed assolato, racconta la storia vera e bellissima di un grande amore che, nato durante l’adolescenza, continua a tormentare i due protagonisti, Francesca e Antonio, incapaci di sottrarsi alla forza del destino che li vuole lontani e irrimediabilmente divisi. Le affinità elettive tra anime non sono un’invenzione di Goethe, ma a lui viene subito da pensare, quando la forza di un sentimento trascende il tempo, le circostanze e le difficoltà. Prima ancora di cercare di spiegarla, la vita, la si deve sentire. E il corpo, lo sappiamo tutti, è l’esatto contrario del pensiero e della riflessione. È lui che parla. Attraverso la respirazione affannosa e interrotta, gli spasmi dell’esofago, il cambio del ritmo cardiaco... ed è proprio attraverso il corpo che Antonio e Francesca combattono contro qualcosa, fino a cedervi, in pochissime e preziose occasioni, uniche e immortali. Com’è nato? Tanti anni fa, mi parlò di questa storia una persona anziana, amica di mia nonna e leccese come lei, ed io ne rimasi subito attratta, tanto da volerla fermare sulla carta, come a serbarne e tramandarne la memoria… “Questa è una storia vera: me l’ha riferita un’anziana signora, amica intima della protagonista e ultima muta testimone di un grande grande amore. Io la racconto a voi, affinché non vada perduta”: così infatti ho scritto all’inizio del libro. “Il giardino delle esperidi” pubblicato nel 2009 da Pagliai Editore invece è una storia completamente costruita da me che parla di un amore esploso in età matura e che sarà solido e importante, proprio perché fortemente voluto e difeso. Egle, la protagonista, giunge nella dimora storica da sempre appartenuta al suo casato, antica nobiltà Siciliana, per via di alcuni lavori di ristrutturazione finalizzati a trasformare la casa in un elegante Bed and Breackfast. La vita ha però in serbo parecchie sorprese per lei che sembra giunta in quel particolare momento dell’esistenza in cui si ha biso gno di comprendere il passato per poter accogliere e affrontare il futuro...

E il tuo ultimo romanzo, “Storia di un manoscritto”? Dopo il Salento e la Sicilia, finalmente una storia ambientata in Maremma…
Può sembrare paradossale, ma non è stato facile scrivere della mia terra semplicemente per il fatto che spesso ciò che abbiamo a portata di mano ci appare banale, scontato. All’inizio quindi ho un po’ penato a trovare la lunghezza d’onda giusta, ma poi tutto ha cominciato a scivolare bene e… che bello, mi sono proprio emozionata! La campagna, i ruderi dell’abbazia di San Bruzio, l’Olivo della strega… Un tributo doveroso anche al borgo di Magliano in Toscana dove vivo ormai da più di venticinque anni. Insomma, avevo proprio voglia di valorizzare e far conoscere ancora di più la nostra Maremma! La protagonista si chiama Laura ed è, come tutti noi, immersa in una vita che ha i ritmi delle maree e che, a volte, quasi la sommerge. Ma è donna di raro valore, con pregi e difetti come tutti, nella cui vita c’è un piccolo grande segreto. A lei fa da contraltare Giulio, autore del manoscritto e amore che ritorna dal passato. E come tutte le cose che ritornano, non lo fanno mai senza un perché... Il tutto sullo sfondo di una Maremma che ancora oggi riesce a sprigionare oscure alchimie e strani poteri…

Nelle tue storie c’è spesso un pizzico di esoterismo che finisce per confluire sempre nella tradizione, sei così anche nella vita?
Sì, mi piacciono molto le atmosfere oniriche e vagamente surreali. Secondo me se uno scrittore riporta soltanto la realtà nuda e cruda, non fa narrativa ma cronaca. A me piace offrire ai lettori momenti quasi di sogno, pur in una trama estremamente concreta. Il filosofo francese Gabriel Marcel l’aveva già detto: l’essere si rivela nel mistero di cui si circonda. È per questo motivo che l’unico modo per cercare di capire l’umano è rendersi disponibile di fronte alla fragilità esistenziale di ognuno di noi, senza cercare di analizzarla e comprenderla in termini puramente razionali. Anche quando ci sforziamo di combattere le passioni traducendo in pensieri quello che proviamo. La ragione, infatti, cerca sempre di contenere gli affetti per evitare che sfuggano al nostro controllo. La vita è piena di crepe, dobbiamo imparare a conviverci. L’estrema vulnerabilità della condizione umana può essere capita solo in quest’ottica.

Anche il passato è un tema ricorrente, come se dovesse sempre in qualche modo tornare per liberare il presente. Qual è il tuo rapporto con la memoria?
Un rapporto sereno. Quello che ci è accaduto non si perde mai, ci rimane dentro come bagaglio di esperienze ed emozioni, insegnamenti e lezioni di vita: insomma il passato siamo noi.

Raccontaci la tua avventura editoriale, quando hai deciso di pubblicare ciò che scrivevi, e come si è svolto il percorso che ha condotto i tuoi lavori all’oggetto libro? Sei soddisfatta della tua avventura?
La voglia di scrivere l’ho sempre avuta dentro. Al di là dell’apparenza, sono molto emotiva e ogni volta che ho avuto necessità di comunicare qualcosa di importante a qualcuno ho preferito scriverlo, piuttosto che dirlo a voce: così sono sempre stata sicura di poter dire tutto quello che volevo senza il pericolo di lasciarmi prendere dalle emozioni. Ho scritto il mio primo romanzo in un periodo molto delicato della vita, un paio di anni dopo mi sono infatti separata da mio marito. Credo di essere stata particolarmente sensibile, disposta a guardare più in profondità,
meno superficiale. Quando si soffre, in genere, riusciamo meglio a capire i sentimenti di chi ci circonda. Forse è per questo che non ho faticato ad immedesimarmi in Antonio e Francesca e a scrivere la loro storia. Per quanto riguarda la pubblicazione il percorso è stato piuttosto lungo. Ho tenuto la bozza in un cassetto per diversi anni, forse troppo presa a fare i conti con la vita per pensare ad altro. Poi, quando mi sono sentita più tranquilla, ho cominciato a cercare un editore. Pubblicare è piuttosto facile, trovare una casa editrice seria che, oltre a stampare ciò che scrivi, ti promuova è altra cosa. Devo dire che sono stata fortunata da subito, la storia piaceva e ho avuto davanti diverse opzioni: ho scelto una casa editrice di Roma (Gruppo Albatros), molto dinamica e aperta ai giovani autori e mi sono trovata bene. “Il pizzo dell’aspide” è stato un successo inaspettato, anche per loro, e ancora oggi, a distanza di cinque anni dalla prima uscita in libreria, si vende bene. Il secondo ed il terzo romanzo, invece, li ho pubblicati con Pagliai Editore di Firenze, una casa editrice piuttosto importante che mi ha aperto molte strade. Francamente sono molto soddisfatta della mia avventura, come la chiami tu, anche se ormai è diventata veramente molto impegnativa. Sono di frequente fuori Grosseto per promuovere i miei romanzi, per incontrare il mio editore, per prendere accordi con giornalisti e librerie… E poi c’è il rapporto con i lettori, la cosa più bella. Ogni sera dedico almeno un’oretta a loro, rispondendo alle lettere e alle mail… Insomma c’è molto da fare, ma io lo faccio volentieri perché l’apprezzamento del pubblico mi ripaga di tutto.
Qualche critica al nostro sistema editoriale è lecito farla, soprattutto quando l’autore è costretto a sobbarcarsi anche il lavoro che dovrebbe essere svolto dall’editore. Cosa pensi di questo aspetto?
Questo è senza dubbio la nota dolente. In Italia, a parte quei pochi autori che se lo possono permettere, chi pubblica deve anche promuoversi. Scrivere, pubblicare e poi pensare che tutto vada da sé è un’utopia. Gli editori, anche quelli più grandi, investono in pubblicità solamente per i casi più eclatanti. Ed io, lo ripeto, da questo punto di vista sono fortunata, perché la mia casa editrice è sensibile al problema e cerca di darsi da fare.
Dianora Tinti è una scrittrice che vive nella torre d’avorio in cerca dell’ispirazione oppure ha i piedi ben piantati nella realtà che vive?
Per come è stata la mia vita, sempre piuttosto in salita, vivere in una torre d’avorio sarebbe stato impossibile. Ho un carattere estroverso e adattabile che mi ha sempre permesso di mantenere una visione positiva della vita, non ho mai percepito niente come sconfitta, ma semmai come bagaglio di esperienze che avrebbero contribuito a creare la mia personalità. “Le manovre regolari portano allo scontro, quelle imprevedibili alla vittoria e il miglior condottiero è colui che vince senza combattere!” disse il filosofo guerriero Tsun, secoli fa, nella sua “L’arte della guerra”. Questo per me vuol dire lottare, ma lottare senza le armi in pugno, con la ragione, il carattere, l’intelligenza, l’astuzia e anche, perché no, la pazienza. E poi ascoltare il nostro cuore, i nostri sentimenti, la nostra anima e cercare di vedere al di là della cortina creata dalla razionalità. Forse, solo così, facendo tacere la mente, prigioniera di schemi prefissati, potremmo raccogliere le scintille di verità racchiuse nel nostro cuore. Questa è stata la via che ho seguito nella mia vita e anche quando le circostanze mi hanno assediato come un plotone schierato pronto a colpire, non ho mai ceduto. Soltanto chi mi conosce bene, sa cosa c’è dietro quel sorriso del quale tu parlavi all’inizio dell’intervista… La risposta alla tua domanda è quindi che sono razionale per necessità e passionale e sognatrice per natura.
La situazione culturale nel nostro Paese è di fronte al tracollo, hai qualche idea per uscire da queste pastoie? Come l’oggetto libro può aiutare a diminuire questo gap?
Non ho ricette magiche, credo che nessuno le abbia. Per quanto vedo, devo dire però che la situazione culturale non è poi così disastrosa come può sembrare. C’è tantissima gente che si impegna, che legge, che fa spettacoli. Ed anche i libri si continuano a vendere. I formati ebook, per esempio, stanno contribuendo fortemente alla diffusione della lettura anche tra i giovani e questo è senza dubbio positivo. Sono moderatamente ottimista in questo senso…
Stai lavorando ad altri progetti letterari e se sì, sposerai ancora la forma romanzo o ti occuperai di altro?
Il mio ultimo romanzo è uscito solamente due mesi fa per cui, come dicevo prima, sono molto presa dalla promozione. Fra viaggi, contatti ed interviste sono impegnatissima e se a ciò aggiungo il lavoro, la famiglia e tutto il resto, mi rimane veramente giusto il tempo per dormire… Per il futuro ho già in testa qualcosa, per ora è solamente un’idea, ma sicuramente la forma sarà ancora quella del romanzo. Poi mi piacerebbe anche pubblicare una raccolta di interviste che ho fatto a donne particolari… anche la mia attività di quasi giornalista pubblicista, lo sarò ufficialmente a fine anno, mi piace molto proprio perché mi permette di continuare ad indagare l’animo umano.
L’ultima domanda è libera, parlaci di ciò che vuoi.
Vorrei ringraziare te, Celestino Sellaroli il direttore di questa bella ed interessante rivista (con la quale collabora curando uno spazio dedicato alle “Donne di Maremma”, ndr) e tutti coloro che mi leggono. Per il resto, mi sembra francamente che tu mi abbia chiesto di tutto...
Storia di un manoscritto