I bambini strappari a Hitler
L’Avvenire, 11-04-2012, Marco Roncalli
 Era venerdì sera il 27 gennaio 1939, e Benno, che oggi ha ottantadue anni e vive a Toronto, se lo ricorda benissimo. «Rivedo noi tutti seduti al tavolo da pranzo. Mio padre Max siede a capotavola. Mia madre Golda accende le candele dello Shabbat. Il mio fratellino Charlie di quasi tre anni è accanto a me... mio fratello maggiore Heinz è seduto davanti alla mamma. Mentre iniziamo a mangiare..., mio padre dice: “È molto difficile per noi, ma vostra madre e io abbiamo deciso che dovete lasciare Berlino fra pochi giorni. Qui per noi ebrei non è più sicuro. Viraggiungereno appeno potremo”». Non ha dimenticato nulla Benno. Quello che era accaduto prima (la notte dei cristalli, le vetrine della sartoria di famiglia infrante, le discriminazioni a scuola, i cani aizzati contro di lui dai ragazzi della Gioventù Hitleriana, suo padre portato a Dachau e rilasciato dopo sei settimane) e poi quella decisione dei genitori, sofferta, che ai suoi occhi di bimbo sembrava manifestare più una volontà di abbandono. E che invece era una scelta disperata sì, ma fiduciosa in quel Comitato per i Rifugiati Ebrei pronto, nella vicina Olanda, ad aiutare i bambini che riuscivano a entrare nel Paese eludendo i controlli alla frontiera. Così la domenica successiva, 29 gennaio, Benno e Heinz, salutati i genitori, erano già «due bambini senza casa e senza famiglia che fuggivano dalla Germania con solo 10 marchi in tasca e un biglietto del treno... verso un mondo sconosciuto». Non ha scordato nulla Benno di quella fuga. Le peripezie per varcare i confini a Kleve,
il respingimento dalle guardie olandesi, quelle tedesche che rimisero lui e il fratello sul primo treno diretto a Berlino; poi il salto, giù dal vagone, al primo rallentamento, e di nuovo sopra un altro treno per Nijemegen, nascosti sotto i sedili di uno scompartimento senza luce trattenendo il respiro insieme al fratello.«Non potevo vedere Heinz, lo sentivo solo respirare. Ogni volta che il suo respiro si faceva più pesante, pensavo che saremmo stati presi. Dei passi si avvicinarono... un soldato entrò, e sentimmo i suoi scarponi sul pavimento, vicino a noi. Heinz e io non respiravamo più, pensavamo di scoppiare dopo qualche terribile secondo, i passi si allontanarono». Benno ricorda tutto, anche quanto accadde dopo. I soccorsi ricevuti, varcata finalmente la frontiera; i continui trasferimenti... Dalla prima accoglienza in una famiglia a un convento di suore, Emmakinderhuis, in campagna: «Non mi era piaciuto quel posto dal primo momento. C’erano troppe regole, troppo in ordine». Sei settimane dopo, ai primi di febbraio del ’39, vengono accompagnati, da un rappresentante del Comitato per i Rifugiati Ebrei, a Wijk aan zee, e poi, dal 9 marzo successivo in un sudicio orfanotrofio di Amsterdam: «Anche se non eravamo stati felici, al convento era sicuramente meglio». Da lì, il 18 aprile, a Hoek van Holland. «Chiedevamo a tutti se sapevano dove saremmo andati. “Inghilterra” fu la risposta. Come avevano fatto i nostri genitori a organizzare tutto questo? Non lo sapemmo mai. Camminando nella folla vedemmo una grossa imbarcazione in porto piena di ragazzi.
Ci dissero di salire a bordo». E dalla città portuale a Felixstowe, poi a Claydon, altri mesi di ostello. Sin da quando anche l’Inghilterra entra in guerra e Heinz, ormai quattordicenne si separa per andare a lavorare a Londra. Benno si ricongiungerà con lui solo alla fine della guerra, nel maggio ’45. «Festeggiammo pazzamente, ma io avevo ancora paura. Cosa avrei scoperto? Come avrei ritrovato i miei genitori e il mio fratellino? E se non ci fossi riuscito? Andammo in cerca di notizie». Invano: sia nelle risposte di quanti erano stati liberati dai lager, sia nelle informazioni della Croce Rossa. «Dovevamo andare avanti e continuare la nostra vita senza sapere veramente dove fossero i nostri genitori e Charlie». Sino alla terribile verità, confermata molti anni dopo: «Mandati immediatamente nelle camere a gas... Mio padre avrà avuto 45 anni, mia madre 37 e Charlie era solo un bambino di 7». Tutto il racconto di Benno, pagina esemplare del “Kindertransport” e tassello del mosaico della Shoah, recuperando anche un diario giovanile, documenti e fotografie del periodo, arriva in libreria edito da Mauro Pagliai con il titolo Dieci marchi e un biglietto del treno (pp. 96, euro 10). A scrivere queste pagine, che nella versione originale canadese aprono la collana Holocaust and Hope Testimonial della Lega per i Diritti Umani, sono le figlie di Benno: Susy Goldstein, Gina Hamilton e Wendy Share. Hanno raccolto la storia di un padre che ancora ripete: «Perché proprio io? Perché io mi sono salvato, mentre tanti altri no?». 
Dieci marchi e un biglietto del treno
Diario di un bimbo in fuga dall’Olocausto