Libri: Spirito, una non guida per Trieste
Ansa, 25-11-2011, ––
(ANSA) - ROMA, 25 NOV - “Qui la Storia è passata come le piene stagionali di un fiume”. Pietro Spirito la definisce così la sua città d’adozione, Trieste. Inevitabile che causasse danni, tanto da trasformarla in uno “specchio rotto”. Da qui il bisogno di affrontare un viaggio lungo un giorno correndo in moto da una parte all’altra della città ad afferrare pezzi e frammenti e ricomporli in un disegno unico. Il risultato è un volumetto, ‘Trieste è un’altra’, che la Mauro Pagliai Editore ha pubblicato nelle “non guide”. Molti frammenti. Alla duratura egemonia austriaca sono seguiti nei soli ultimi settanta anni quattro bandiere, salti di confine, esodi, guerre, massacri. Una matassa così intricata (e dolorosa) da essere paragonabile alle memorie balcaniche, con le quali più volte si interseca. A tutto il baccano della Storia è seguito un ritorno alla tranquillità: il piacere della riservatezza ha preso il sopravvento sulle necessità della cronaca. Lo spirito prussiano, disinnescato del militarismo, si è trasformato
in ordinato gusto della vita. Piacere non strillato. Ma bisogna recuperare i pezzi. E, che la si chiami Trieste o Trst come contraggono gli sloveni, di pezzi ce ne sono molti, a dispetto della piccola virgola di terra occupata e dei 200 mila abitanti che su di essa risiedono stabilmente. A cominciare dai porti, due: uno vecchio e convertito solo in parte, naturale prosecuzione urbanistica del Porto Franco voluto da Carlo VI nel 1719, e uno nuovo, alle spalle della città, quasi celato. Due anche le stazioni ferroviarie, la centrale Campo Marzio e quella “vera” di Miramare; ma Spirito si spinge in provincia, fino alla stazione di Rozzol-Montebello, rimasta alle vestigia di quando vi si fermavano i treni passeggeri della linea Transalpina. Lo scrittore salta dal Magazzino 26, succursale giuliana della Biennale veneta, alla Casa degli Sposi voluta dal barone Stefano Ralli animato da quella spinta a sostenere gli indigenti frutto di calcolata generosità di un’epoca; dalla ferrea muscolatura di Ursus, nel 1913 la più grande gru galleggiante del Mediterraneo, alla Narodni Dom, la casa del popolo della comunità slovena assaltata
e data alle fiamme nel 1920 dai fascisti. Spirito incolla tutti i pezzi, salda le masserizie abbandonate in città dai 300 mila sfollati da Istria, Fiume e Dalmazia e dispersi nuovamente per il mondo con la promessa di tornare a riprenderle (e sono ancora lì) ai bunker della Linea Maginot dell’Isontino; con gli echi del respiro dei cento campi profughi triestini in cui furono chiuse le famiglie in fuga dalle terre cedute vivifica il confine di Bottazzo, dove guardie armate fino a pochi anni fa segnavano l’invalicabile linea che separava il mondo occidentale dall’Est. Ricuce con il filo dei chilometri il “bagno” Pedocin con le donne che ancora oggi prendono il sole divise dagli uomini, alla jeanseria di Mirella Zamarin dall’altra parte delle rive, per annodarlo infine e fissare il patchwork composto nel Cimitero monumentale di Sant’Anna. Ciò che spunta non è un arlecchino picassiano, una creatura mostruosa, né un rapido e superficiale reportage; è una testimonianza affettuosa e grata di uno scrittore a un luogo che gli ha dato tanto. Non un risarcimento, uno scambio.
Trieste è un’altra