Quel che resta del sogno
Studi Italiani, 01-01-2011, Giorgina Colli
Il volume riunisce dieci saggi composti nell’arco di un ventennio, già apparsi, a eccezione dell’ultimo, che dà il titolo all’intera raccolta, su periodici di carattere letterario. Interamente dedicati alla figura e all’opera di Penna, ma volti anche a puntualizzare lo stato attuale degli studi filologici e critici relativi al poeta, gli interventi della Gurrieri prendono in esame la prima e l’ultima raccolta poetica di Penna, le vicende editoriali del corpus dell’autore, così come testi in prosa ancora poco noti e rilevanti sezioni dell’epistolario.
Nel capitolo d’apertura, Una lettera di Penna a De Robertis (pp. 19-30), viene pubblicata per la prima volta una missiva del poeta, inviata da Roma in data 21 novembre 1957 e oggi conservata nel fondo Giuseppe De Robertis dell’Archivio Contemporaneo «Alessandro Bonsanti» del Gabinetto G.P. Vieusseux di Firenze. Composta nell’anno in cui Penna, ex aequo con Le ceneri di Gramsci di Pasolini, vinse il Premio Viareggio per la raccolta Poesie, edita presso Garzanti, la lettera intende sentitamente ringraziare lo studioso dell’articolo Incisioni di Penna, apparso su «Tempo Illustrato» nello stesso ottobre del 1957 e senz’altro prezioso per la «calibratissima interpretazione» dello studioso, capace di cogliere «la velocità e segretezza dei trapassi» di un linguaggio poetico che racchiude «in un’apparente chiarezza, una sostanziale oscurità» (pp. 21-22). Si tratta di una testimonianza epistolare significativa anche per meglio comprendere la personalità del poeta, che con «timorosa devozione» si rivolge all’affermato interlocutore quasi incredulo del sostegno ricevuto e della sensibilità critica con la quale De Robertis si muove fra le pagine di Poesie, scegliendo di citare, e per intero, due componimenti «che nessun altro aveva scoperto e che io consideravo fra le migliori: Già mi parla d’autunno, Ma se ognuno dormiva, il treno e io» (p. 29).
In Prime stampe delle poesie di Penna (pp. 31-45) viene presentata una prima ricognizione delle pubblicazioni di Penna in rivista e volume, allo scopo di ricostruire la storia editoriale dell’opera del poeta. Le schede bibliografiche sono divise in tre sezioni, rispettivamente dedicate all’elenco dei periodici che hanno accolto la prima stampa dei componimenti, alla bibliografia dei volumi d’autore editi e, infine, alla vicenda editoriale dei singoli componimenti, segnalati nel loro passaggio da rivista a una determinata posizione all’interno di una raccolta.
Il terzo saggio, Sul primo Penna (pp. 47-94), costituisce lo studio più ampio e dettagliato del volume, nel quale si prende esame, in un rapporto strettamente complementare, la vita privata del poeta e la sua prima raccolta di versi, Poesie, edita nel giugno 1939 presso l’editore Parenti di Firenze. Nel ripercorrere la prima stagione poetica di Penna – accuratamente documentata grazie alla serrata analisi di numerosi componimenti – e la sua stessa formazione umana e letteraria, contraddistinta, com’è noto, da una condizione di forte disagio e irregolarità, dovuto innanzi tutto al difficile ambiente familiare nel quale è cresciuto e a una conseguente e costante necessità di fuga, emerge un quadro dalle tinte chiaroscurate: «Lo smarrimento – scrive Gurrieri – l’indigenza stravagante hanno certo funzionato quali proiezioni di un’intima tempesta emotiva lievitata, in Penna, senza potersi più sciogliere a causa del fatto di essere stata elusa fino all’ultimo. La stranezza poi, ovvero il dolore, ha sedimentato un’angoscia cresciuta all’ombra della ludica ilarità determinante lo stile ambiguo delle poesie, in cui maschere hanno spesso camuffato cose drammatiche
a volte evidenti, altre volte invece latenti» (p. 94).In Una prosa lirica di Sandro Penna non compresa in «Un po’ di febbre» (pp. 95-108) si presenta un breve scritto intitolato Dal taccuino di un viaggio, pubblicato dal poeta nel maggio 1946 sul mensile di Francesco Flora «La Rassegna d’Italia», ma rimasto poi escluso, e di conseguenza dimenticato, dall’unica raccolta di racconti dell’autore, Un po’ di febbre, edita nel 1973 presso Garzanti. Suddiviso in tre segmenti di ambientazione diversa, ma pur sempre caratterizzati dal visionario linguaggio penniano – nel primo si descrive «la gioia incerta» di una campagna di settembre, nel secondo l’avvicinamento a una casa di contadini e l’incontro con due ragazzi e un gatto, mentre il terzo è centrato sull’analisi del carattere di Angiolino, un giovane compagno di giochi con il padre sempre ubriaco che pare «abbia da nascondere un suo peccato» (p. 108) – il racconto è svolto in prima persona, in maniera analoga a quanto accade in poesia. L’analisi degli aspetti formali, su cui verte parte della puntuale disamina della Gurrieri, mostra come la struttura sintattica del testo, costruita su una «segmentazione discontinua e franta» e su «rapidi brani narrativi tagliati a misura della scrittura metrica libera», rispecchi l’andamento del dettato poetico di Penna, che, nell’Avvertenza a Un po’ di febbre, insisteva proprio su rapporto osmotico, ovviamente anche a livello tematico, fra prosa e poesia: «queste pagine attestano un rapporto febbrile con la realtà e con il mio lavoro di poeta» (p. 97).
Il successivo studio, Sandro Penna: sette recensioni su «L’Italia letteraria» (pp. 109-126), ripropone sette articoli a firma del poeta apparsi fra il dicembre 1932 e il febbraio 1933 su «L’Italia Letteraria». Si tratta di recensioni a testi poetici rimasti in seguito anonimi – ad eccezione di Isola, prima raccolta di Alfonso Gatto – utili tuttavia per far luce su un aspetto dell’attività di Penna meno noto e senz’altro importante negli anni della sua affermazione in campo letterario. La possibilità di una collaborazione giornalistica si presenta probabilmente in seguito all’incontro romano dell’ottobre 1932 con Saba (e grazie anche alla mediazione dello psicoanalista Edoardo Weiss, celebre per il rapporto con il poeta triestino, ma terapista, seppur saltuariamente, dello stesso Penna), che quasi certamente introduce il giovane poeta nell’ambiente della rivista segnalandolo a Corrado Pavolini. Nei testi del ventiseienne poeta esordiente è così possibile riconoscere «senza difficoltà la grande consapevolezza letteraria con cui Penna tratta il testo poetico, proprio a partire dalla lente d’ingrandimento di una lettura d’artista qual è la sua, nello stesso tempo esercizio sperimentale in vitro e freschissima ricognizione di dominio lirico altrui» (p. 111).
In Breve rassegna di studi su Sandro Penna (pp. 127-141) si ripercorre la storia della critica penniana, prendendo come punto di riferimento imprescindibile il Convegno tenutosi a Perugia nel settembre 1990, durante il quale, per la prima volta, si iniziò a tracciare un organico percorso di analisi filologica e critica, grazie anche alle informazioni fornite da Elio Pecora circa la fisionomia del «Fondo Penna». Segue la segnalazione di tutti gli interventi bibliografici editi dal 1990 al 1996, anno della nuova edizione ampliata di Penna Papers di Cesare Garboli e del volume mondadoriano, a firma dello stesso Garboli, Penna, Montale e il desiderio.
Pubblicato in occasione del trentennale dalla morte del poeta, La musa pensante. A trent’anni dalla morte di Sandro Penna (pp. 143-147), traccia «la parabola
esistenziale e intellettuale del poeta che sarà collocato a ragione in “un altro canone” del Novecento italiano» (p. 13). La Gurrieri ricorda qui l’esordio poetico su «L’Italia Letteraria» con La vita… è ricordarsi un risveglio, insieme alle diverse dell’amicizie instaurate con Saba e Montale, per ripercorrere in seguito le date che scandiscono le pubblicazioni del poeta e i riconoscimenti critici a lui attribuiti da protagonisti della cultura italiana come Solmi, De Robertis e Debenedetti, soffermandosi infine sul ruolo fondamentale svolto da Garboli nel riconoscimento dell’amico e poeta umbro e sugli studi più recenti ad esso dedicati.
Con Per l’edizione critica delle «Opere» di Sandro Penna (pp. 149-158), la studiosa mette in evidenza la distanza che separa la ricchezza di contributi critico-interpretativi dedicati all’opera di Penna rispetto al campo filologico-editoriale, ancora carente di una complessiva e adeguata edizione che permetta di «rendere appieno giustizia di una situazione testuale caratterizzata da una perniciosa disarmonia fra alcuni specifici ben fatti e la generalità dell’opera penniana in versi e in prosa, ancora affidata a un’edizione complessiva del tutto inadeguata perché troppo generica» (p. 146).
Il saggio Montale e Penna 1939: la danza degli opposti (pp. 159-165), offre un’accurata analisi del rapporto epistolare intrattenuto dai due poeti fra il 1932 e il 1936 e documentato dalla pubblicazione delle missive, per le cure di Roberto Didier e con introduzione di Elio Pecora, nel 1995. La corrispondenza – trenta le lettere inviate da Montale su carta intestata del Gabinetto G.P. Vieusseux, ventotto quelle di Penna, di cui si conservano solo le minute – si apre nel segno di una reciproca stima, di un incontro che nonostante veda un Montale di dieci anni più anziano e senz’altro più introdotto nel mondo delle lettere, intende svilupparsi in maniera paritaria, o al massimo nella direzione di «un amichevole impegno nello svolgere un ruolo pedagogico e di stimolo costruttivo a produrre con costanza buona poesia» (p. 150) da parte del poeta ligure. Di fronte al suggerimento di procurarsi almeno qualche collaborazione giornalistica che permetta il sostentamento, Penna si mostra però piuttosto evasivo, «sì ammirato, ma più spesso ambiguo e sfuggente, portato forse per natura ad una strana inerzia che lo spinge in molti casi all’isolamento e alla rinuncia» (p. 14). In un susseguirsi di alti e bassi, il carteggio si chiude nel 1936, forse a causa di un fraintendimento relativo alla pubblicazione di testi di Penna o forse semplicemente per la distanza che separa due personalità tanto diverse fra loro. Queste le ultime parole di Montale, citate dalla Gurrieri a conferma di un sigillo definitivo: «Per quanto a me non manchino, come a te, £. 3 al giorno sono incapace di vivere. Tutto va molto male. Scusami perciò se non ti scrivo altro» (p. 155).
L’ultimo saggio, Quel che resta del sogno. Rileggendo l’ultimo Penna di «Stranezze» (pp. 159-165), chiude circolarmente il percorso critico offerto, soffermandosi sul Penna dell’ultima raccolta, Stranezze (1957-1976), allo scopo di approfondire sviluppi, affinità e variazioni nel corso della produzione poetica dell’autore. Nell’ottica di una sostanziale continuità, che vede l’intera opera di Penna strettamente coesa e tenacemente fedele a se stessa, Gurrieri rileva come «l’ultimo Penna sia stato ancor più, se possibile, immerso in una dimensione onirica della vita divenuta quasi per lui una condizione esistenziale onnicomprensiva, nella quale l’artista e l’uomo si cullano, si perdono ma, nello stesso tempo, si rivelano» (p. 161).
Quel che resta del sogno
Sandro Penna, dieci studi (1989-2009)