Se la guerra è un solleone che continua a bruciare
L’Osservatore romano, 23-04-2011, Raffaele Alessandrini
Chi ha vissuto l’orrore della guerra e ne conosce le devastazioni materiali, morali e spirituali non ama parlarne. Ma chi non ha visto e non ha vissuto direttamente certe tragedie, e per ragioni di età ne ha solo una pallida idea derivante da ricordi di seconda o terza mano ha il diritto – e il dovere – di sapere. Quindi accanto alle nozioni scolastiche, alle opere cinematografiche e agli spazi culturali televisivi non di rado confinati in orari improbabili, resta insostituibile il supporto della carta scritta.
Qui, meglio del testo scientifico, può molto più un’agile ricostruzione storico-letteraria. Tra gli esempi disponibili di tal genere, appare degna di nota la proposta di Paolo Buchignani – già autore di volumi dal taglio più prettamente storico quali Fascisti Rossi (1998) e La rivoluzione in camicia nera (2006) – che di recente si è esercitato più specificatamente nella narrativa con la raccolta Solleone di guerra (Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2008).
Il titolo del volume rinvia a una situazione non determinata nel tempo. Predominano ovviamente gli anni della seconda guerra mondiale e dell’occupazione nazista dopo l’8 settembre; della guerra partigiana e del non facile dopoguerra. Ma non mancano flashback sul periodo precedente; sulla nascita e l’imporsi del fascismo, come pure delle aperture lancinanti su tempi più prossimi a noi, dal Sessantotto agli anni del terrorismo – «bombe nere e brigate rosse» – passando attraverso le più fiere illusioni sia degli intellettuali – tra Budapest, Praga e le denunce dei gulag – sia della sinistra gruppettara malata d’infantilismo politico.
L’ammonimento dell’autore è che il solleone delle guerre e dei conflitti – come dimostra anche la scena contemporanea – continua ad accecare e bruciare insorabilmente, oggi come ieri. Se pure le circostanze contingenti politiche e socio-economiche appaiono affatto diverse dal passato, gli errori antichi sono in agguato, sembra dirci l’autore. Ed è spontaneo ricordare che «perfino in paesi di consolidata democrazia – se non esiste nessuna verità ultima la quale guida e orienta l’azione politica, allora le idee e le convinzioni possono esser facilmente strumentalizzate per fini di potere. Una
democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia» (Centesimus annus, 46).
Protagonista di questi racconti è la vita. Quella vita quotidiana dell’umile Italia contadina, operaia e piccolo borghese, religiosa e laica, che cerca di sopravvivere dignitosamente alla tragedia che infuria, opponendo alla logica dell’odio e della sopraffazione, la sua umanità fatta di buon senso, di generosa solidarietà, di voglia di essere. Ed essere forte nei suoi valori universali: al di là degli schieramenti e delle ideologie come degli interessi più bassi; là dove il debole e il perseguitato vanno sempre, e per quanto possibile, aiutati e difesi. Una solidarietà che non pensa alle conseguenze.
A cominciare dalla breve vicenda di Iolanda, la vecchia contadina sul colle dell’Orma in Lucchesia – la donna senza volto – ricercata vanamente a guerra finita dal giovane partigiano sfinito e mezzo morto di fame, da lei soccorso in un giorno difficile, senza chiedergli nulla. Sessant’anni dopo, un vecchio elegante con gli occhiali d’oro vaga piangendo trai ruderi della casetta diroccata e ricorda l’umile creatura premurosa dal vestito nero e dalle mani grandi e generose, fucilata dai tedeschi poco dopo aver prestato quell’aiuto provvidenziale.
La narrazione di Buchignani si fonda sulla realtà. Non siamo al cinema. E il riferimento a fatti, persone e cose accadute non è mai casuale. A volte l’autore, rispettando l’essenziale, dà sfogo al suo estro e questa libertà gli consente di ricostruire con efficacia, ad esempio, il profilo di uno scrittore come Marcello Gallian (1902-1968) «fino a raccontare – osserva nella prefazione Carlo Lizzani – il suo incontro con Mussolini, esempiodi una arbitro che forse si avvicina all’evento più di quanto non avrebbe potuto farlo una trascrizione diretta di quel dialogo».
I racconti nella loro organicità riecheggiano per un verso alcuni classici della Resistenza, per esempio il Calvino di Ultimo viene il corvo, e per un altro le Lettere dei condannati a morte della resistenza italiana. Leggiamo così dell’avvento del fascismo il Lucchesia e della storia di Don Ugo, giovane prete alla metà degli anni Venti che sarà
parroco a Fiano, in quella stessa parrocchia poi affidata a Don Aldo Mei, il sacerdote torturato e ucciso a Lucca dai nazisti il 4 agosto 1944 per aver aiutato ebrei e partigiani. Don Ugo, fin dal 1926, ha visto in azione la violenza omicida del regime nella persona di preti come don Giuseppe Benassi o don Giovanni Andreini, parroco di San Pietro a Vico, barbaramente investito più volte da un’auto per aver difeso e sostenuto la verità su tre antifascisti in prigione accusati ingiustamente di un delitto commesso dai fascisti stessi per ordine di Carlo Scorza, segretario federale di Lucca. Seguendo don Ugo si ripercorre l’arduo cammino della Chiesa sotto il fascismo; il giovane prete impegnato nell’Azione Cattolica dopo la svolta storica della Conciliazione avvertita come necessaria, ma in un clima che quasi subito tende a intorbidirsi, si troverà nel pieno dello scontro del 1931, con lo scioglimento delle associazioni cattolichee culminante con l’enciclica Non abbiamo bisogno.
Più duro ancora sarà il confronto del 1938 con l’avvento delle leggi razziali. Verranno poi la guerra, l’occupazione, l’arrivo delle SS – la Societas Satanae, dice Don Ugo. E sarà il culmine del terrore e dell’odio.
Il racconto di Buchignani illumina la grandezza di questa storia porgendo senza enfasi l’umile testimonianza di una realtà locale che accanto ai suoi eroi e ai suoi martiri, poi, senza mutare di tono, rivela la realtà dei giovani delle Brigate nere – imberbi bulletti armati fino ai denti e dagli stivaloni lucidi – come l’azione delle spie e dei collaborazionisti (anche se, orrida e raggelante, incombe su tutte la presenza diabolica del sergente Papuska delle SS). Elementi di un quadro d’insieme di luci e di penombre, nitido e autentico quanto amaro e verista, duro da raccontare e da sostenere.
«Rispettiamo la sofferenza e la morte, ma davanti ai giovani che ci guardano non facciamo pericolose confusioni fra il bene e il male, fra la verità e l’errore, fra la morte di un aggressore e quella della sua vittima». Diceva così don Lorenzo Milani, nel 1965, nella chiusa della sua Lettera ai cappellani militari. Una lezione attuale, di cui Buchignani ci sembra fedele interprete, e buona non soltanto per gli storici. Ma per tutti noi.
Solleone di guerra
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