Tredici racconti per provare a sentirsi tredici volte padre
Il Gazzettino, 16-04-2019, Mary Barbara Tolusso
Che identità è quella di un padre? Indubbiamente culturale, prima che biologica. Ma anche lì, nella dimensione fatta di responsabilità concettuale, quella in fondo a cui un padre è educato, le cose non sembrano più andare bene. L’idea di identità paterna, non a caso, ha dato il via a un energico dibattito, nel terzo millennio, con una precisa accusa: l’assenza, in qualche misura, di questo profilo, complici molti elementi come la perdita di equilibrio nei ruoli di coppia. Ma questo è un appannaggio della sociologia, della psicoanalisi, forse della filosofia.
La letteratura fa un altro mestiere, si insinua nel problema e in maniera empatica – non concettuale – ci trascina nella questione, ce la fa vedere da diverse prospettive, riconoscendoci in questo o in quel personaggio finché alla fine, la domanda che ci restituisce è: siamo padri? Siamo figli? Chi siamo? Nei tredici racconti di “Se fossi padre” (Mauro Pagliai editore, pag. 118, euro 9), dello scrittore e giornalista Pietro Spirito, si delineano
diversi profili di un’identità che, in fondo, può avere a che fare con un ruolo biologico, ma anche no. Spirito pare far saltare le coordinate di certi legami, o meglio li evidenzia nei suoi limiti o nella ricerca ossessiva di una radice identitaria, come è ben evidenziato in “Romedio”, personaggio che scoprirà solo dall’ultima confessione della madre di essere stato adottato, da cui la corsa per inseguire un’origine che ci possa dire meglio chi siamo, nulla è mai sufficiente per capirlo, anche se fondamentalmente un dna diverso non cambia le cose. Ma la spinta alla richiesta di un senso è irrinunciabile: “Guardate Romedio – dice la voce narrante – sta entrando in un labirinto dal quale non potrà più uscire”. Il senso, appunto, il significato di quel che si è, appare in modo energico in tutti i racconti, legato al filo di una paternità sempre in bilico, sempre sul crinale di un fallimento o decisamente fallita: padri anaffettivi, irresponsabili, frustrati, proiettivi; insomma padri che in qualche
modo segnano individualità future, più o meno consapevoli di non capire la propria. Spirito è narratore raffinato, ed eclettico, finalista al premio Strega con “Speravamo di più” (2003), da poco ha pubblicato anche il romanzo “Il suo nome in quel giorno” (Marsilio), sempre sul tema di una ricerca identitaria. Ma in “Se fossi un padre” la questione si fa più collettiva, soprattutto in racconti come “Memorie di un falsario”, “Ospedale Cardarelli”, “A pesca”, o “Romedio” dove al tema si coniuga anche l’abbandono al tradimento (sempre maschile) quale strappo e lacerazione, ma anche sconfinamento in altre questioni: l’abitudine, il matrimonio, la necessità di vitalità ossessiva per esorcizzare la morte. Il tutto con uno stile fluidissimo, e letterario, capace anche di curvare il fraseggio a forme più nevrotiche, dal timbro pop, come in “Alle 6.30 di domenica”, narrazioni volte a farci intendere la prima frattura, il primo distacco, “la prima misura della distanza dalle cose”.
Se fossi padre