Le novelle
Critica Letteraria, 01-01-2015, Marta Paris
Dagli anni Sessanta a oggi l’interesse critico nei confronti dell’opera di Bruno Cicognani ha subito una graduale recessione, al punto che attualmente i testi dell’autore fiorentino risultano, ingiustamente, di difficoltoso reperimento. Questa la motivazione precipua per cui, evidenzia Marco Dondero, direttore dell’edizione, è stata concepita una nuova edizione criticamente accertata delle sue «Opere».
I primi due volumi contengono la produzione novellistica dell’autore, suddivisa in due tomi: Le novelle 1915-1929 e Le novelle 1930-1955. Entrambi i volumi sono provvisti di una ricca introduzione, di un paragrafo intitolato Nota al testo in cui viene minuziosamente ricostruita la cronistoria editoriale e testuale delle novelle, e di una premessa di Marco Dondero; ogni novella è inoltre dotata di puntuali note a piè di pagina dove sono catalogate le varianti principali rintracciate in fase di collazione.
Nell’attenta e dettagliata introduzione a Le novelle 1915-1929, la curatrice Alessandra Mirra si sofferma inizialmente sull’interesse che la critica dedicò all’autore fiorentino: un’accoglienza in bilico tra le riserve di Emilio Cecchi, «che tacciava Cicognani di non aver saputo ritrarre Firenze nella sua totalità» (p. 7), e l’entusiasmo di Geno Pampaloni, al quale invece premeva sottolineare proprio la visione innovativa che di Firenze aveva offerto Cicognani: non più quella di una città ancorata a un immaginario di granitica monumentalità, bensì quella di un borgo in movimento, caratterizzato da una vivace dimensione umana. «Quel che è certo», sostiene la studiosa, «è che la Firenze delle pagine di Cicognani è una Firenze ben diversa» (p. 7) e che fu proprio l’attenzione alla vita dimessa e quotidiana a permettere
allo scrittore di ottenere un apprezzamento dapprima negatogli.
D’altro canto, se i tòpoi delle novelle dell’autore fiorentino (in seguito all’infelice parentesi “dannunziana” della Crittogama) si innestano negli scenari tipici di certa letteratura provinciale, con quadretti di vita locale, personaggi popolari e uso del vernacolo, «ciò che “salva” Cicognani dal semplice bozzettismo è la capacità di scavare nella psiche dei personaggi, rendendoli ben altro che semplici “ritratti”» (p. 8). Tale propensione alla disamina psicologica consente perciò di collocare l’opera di Cicognani in quel filone di «temi, situazioni, nonché parole-chiave che ci riportano non solo a Pirandello, ma a un’intera poetica primo-novecentesca che aveva fatto della dialettica tra estraneità alla vita e alienazione da una parte, e tensione verso un’impossibile immersione nella vita dall’altra un vero ritratto identificativo » (p. 12).
Relativamente alla cifra stilistica dello scrittore, Mirra si concentra su alcuni momenti allocutori del narratore al lettore, sulla presenza dominante del dialetto fiorentino e, soprattutto, sull’abilità di Cicognani nell’avvicendare diversi registri narrativi all’interno di «un tratto stilistico ben riconoscibile» (p. 17).
Nella ricca e articolata prefazione a Le novelle 1930-1955, Valerio Camarotto, dopo aver fornito un quadro complessivo della biografia dell’autore fiorentino e della sua fortuna critica, tiene a sottolineare che nell’opera di Cicognani si avverte la coesistenza di un realismo moraleggiante – «che se da un lato mostrava di riallacciarsi […] alla grande lezione del verismo verghiano e del naturalismo francese, dall’altro traeva linfa […]
dalla controversa tradizione del “bozzetto” tardo-ottocentesco» (pp. 5-6) – e di talune incidenze letterarie di stampo marcatamente novecentesco.
Lo studioso precisa che nella fase matura del percorso letterario dello scrittore non sono rintracciabili divergenze significative rispetto al periodo antecedente, e – proponendo varie e sintomatiche citazioni esemplificative – pone l’accento su quelli che rappresentano i nuclei tematici della produzione di Cicognani: un’umanità infelice e sofferente destinata al fallimento, le tensioni nei rapporti famigliari, una bipolarità semantica particolarmente spiccata nelle figure femminili, l’intolleranza nei confronti dei canoni borghesi, la contrapposizione tra i contesti ariosi della campagna e i plumbei e fatiscenti scenari urbani, una certa ricorrenza di simmetrie tra stati emozionali dei personaggi e il paesaggio che li circonda. È proprio nelle descrizioni paesaggistiche – evidenzia Camarotto – che la scrittura di Cicognani «si stempra in un soffuso e talvolta malinconico lirismo » (p. 17) e permette a uno dei tratti che la contraddistinguono, il carattere evocativo, di emergere con forza e naturalezza.
L’orizzonte formale di Cicognani – «che trova […] la sua più intima ragion d’essere, negli intenti dell’autore, non certo nell’esibizione della “bella pagina” ma nella volontà di rappresentare il “mistero umano nel suo vibrare all’unisono col tutto”» (p. 18) – è d’altronde contrassegnato da una sapiente gestione dello spazio narrativo e da una brillante alternanza di registri contrapposti, con l’uso di toscanismi e fiorentinismi insieme a locuzioni dotte e ricercate – caratteristica che ne attesta la natura vivace ed eclettica.
Le novelle
1915-1929