Bruno Cicognani, “Le novelle”
Oblio, 01-01-2014, Chiara Pietrucci
Come ben individuato da Alessandra Mirra nell’introduzione al primo volume di Novelle, il rapporto conflittuale tra padri e figli e la sintonia con gli autori maggiori del Novecento e in particolare Pirandello su numerosi temi, tra cui l’estraneità alla vita, la follia, la descrizione fenomenologica di ambienti e personaggi, lo scavo psicologico, costituiscono i caratteri più evidenti della produzione giovanile di Bruno Cicognani. Vengono inoltre evidenziate l’unitarietà dello stile e la padronanza argomentativa dello scrittore fiorentino, che si palesano nella scelta di soluzioni narrative sempre imprevedibili.
Nel passaggio dalle raccolte d’esordio, 6 storielle di nòvo cònio (1917), Gente di conoscenza (1918), Il figurinaio e le figurine (1920), Il museo delle figure viventi (1928) e Strada facendo (1930), alla sistemazione definitiva delle novelle per l’edizione Vallecchi del 1955, Cicognani si immerge in uno scrupoloso lavoro di revisione ortografica e interpuntiva, provvedendo inoltre a una limatura stilistica e lessicale e puntando all’abbandono del vernacolo a favore della lingua nazionale.
Le novelle scritte tra il 1930 e il ’55, sottolinea Valerio Camerotto nell’introduzione al secondo volume, attestano una notevole maturazione argomentativa e compositiva, senza che si verifichino mutamenti sostanziali nelle tematiche di fondo e nelle caratteristiche dei personaggi. Fanno da sfondo costante – e insieme estremamente mobile – alle vicende narrate la città di Firenze e il suo contado; e l’inquadratura ravvicinata, appena radente i tetti rossi dell’ospedale psichiatrico, rende il Pratomagno, le Alpi Apuane e le città vicine paesaggi remotissimi. In particolare, come ebbe
già a rilevare Emilio Cecchi in una pagina del 1930, il narratore si concentra sulla Firenze dei piani bassi e dei quartieri degradati, anche se nelle campagne accadono gli incontri più delicati e piacevoli, come nel Paradisino, nel Ramarro e in Ines; i suoi personaggi, funestati da malattie, solitudine, dissesto finanziario e umano, sperimentano la vita della strada diventando vagabondi, accattoni, prostitute. Innegabile la preferenza di Cicognani per i diversi e gli emarginati, dal balbuziente Giasone alla gobba Assuntina di Bechèsce, fino a Vittorio de I miei cugini Ademari, insicuro e affetto da manie di persecuzione. Questa predilezione si accompagna a una notevole attitudine all’indagine interiore venata di slanci pietistici e mistici, che trovano una corrispondenza nella concezione religiosa dell’autore, una religiosità che si contamina, come osservò Geno Pampaloni, di neoplatonismo. I personaggi maschili sono segnati da inquietudini e inadeguatezze alla vita, che si esplicano in un rapporto spesso interrotto o almeno problematico con la famiglia d’origine (Giasone in Bechèsce, lo zio vagabondo dell’Ospite, Giovanni il Primogenito ripudiato), nell’inseguimento di passioni pericolose (la bizzosa cavalcatura di Lisandro di Zaira, il ciclista dilettante di Via della Sapienza) e nell’evasione in fantasticherie e ambizioni letterarie (l’aspirante tragediografo Bechèsce della novella omonima e il poeta Mario in Maternità).
Ma è nel delineare figure femminili che lo scrittore raggiunge gli esiti migliori, dando prova di forza espressiva e indagine psicologica: le donne si rivelano capaci di imprevedibili metamorfosi, come l’algida e distaccata Angiolella, divenuta, dopo un banale intervento
chirurgico alle adenoidi, sensuale e amante della vita (La bambola di biscuit), e la misteriosa zia Doralice dell’omonimo racconto, all’apparenza vecchina fragile e distratta, potente donna d’affari nei fatti. Cicognani si sofferma con pari curiosità sul grigiore e le idiosincrasie delle donne apatiche, relegate al mondo
domestico e alla bottega, e solitamente presentate non nella propria individualità, ma in qualità di figlie, sorelle, mogli e madri (Cesira ne La disgrazia di Rutilio, Assuntina, la mamma di Teodoro Beccuti ne Il Paradisino, la moglie di Torello Prosdocimi in Cecchino, Teresa, la sorella-serva di Culincénere, le giovanissime Fanny dell’omonima novella e Lucetta di Cor, schiacciate da madri ingombranti, insensibili e vanesie), e sulle vicende complesse, tra anelito di libertà e turbamento morale, di donne vivaci o ribelli: Isolina, la moglie del pugile Barucca, le mantenute Catì e Gigetta, l’attrice Luisina, l’intellettuale Aniuta, l’affascinante Lulù insidiata da un suocero autoritario e sanguigno, la moglie e le figlie del signor Muzzi, talmente concentrate sul mantenimento del proprio status da ritenere giustificabile il tragico sacrificio del marito. La vena di sensualità scevra di piacere se non illusorio, l’inevitabile sofferenza amorosa, la mancata reciprocità riscattata talvolta dalla sublimazione e dalla morte (Culincénere, Aniuta, Come fu che Catì non ebbe mai un cognome, Maternità) rappresentano l’impegno del Cicognani moralista nel tracciare una demarcazione netta tra virtù e vizio.
Entrambi i volumi sono corredati, oltre che da ricche introduzioni, da ampi apparati di varianti e da esaustivi commenti lessicali.
Le novelle
1915-1929