Bruno Cicognani. Le confessioni di un’Italia piccola piccola
La Repubblica, 20-01-2013, Simone Fortuna
Con due volume di “Novelle” l’editore Pagliai ripropone l’autore fiorentino scomparso nel ’71

Non stupisce che Bruno Cicognani sia sparito dall’atlante delle nostre letture.
Isolato rispetto ad ogni lobby letteraria, refrattario alle avanguardie, lo scrittore fiorentino visse a lungo (1879-1971) e sempre ostinatamente fuori dal tempo proprio come i personaggi di queste “Novelle” con le quali Mauro Pagliai avvia la ripubblicazione di tutte le opere. L’edizione diretta da Marco Dondero e divisa in due volumi che coprono quarant’anni (1915-1929 a cura di Alessandra Mirra; 1930-1955 a cura di Valerio Camarotto) riprende quella uscita per Vallecchi nel 1955 e mai più pubblicata, in cui lo stesso autore selezionava un importante corpus di racconti brevi e brevissimi all’interno della sua vastissima produzione. La critica che si occupò di Cicognani prima dell’oblio ha sempre sottolineato la discendenza di questi racconti dalla novellistica tardo ottocentesca, il realismo italiano, il naturalismo francese, il “bozzettismo” toscano alla Fucini. Sono storie drammatiche, di ambientazione familiare,
in una Firenze scomparsa, a tratti favolosa, altrove cupa e fatiscente, che parla volentieri il vernacolo specie nelle pagine più antiche. Proprio questo milieu localistico rende intrigante la lettura, le storie diventano una macchina del tempo capace come certe foto Alinari di spiegarci molte cose della nostra città e del nostro Paese. L’operazione di Pagliai è perciò un recupero doveroso e l’occasione di scoprire quello che oggi consideriamo un minore ma che per un ventennio, fra Trenta e Cinquanta, conobbe il proscenio delle lettere nazionali. Ma non c’è solo questo, anzi. La forza di Cicognani, e ciò che lo rende leggibile ancora oggi, è soprattutto nel periodare secco e senza fronzoli, nelle frasi brevi che esaltano la pregnanza della singola parola, la capacità di far emergere rapidamente personaggi e intrecci in pochi tratti, con straordinaria bravura, come un bravo macchiaiolo della lingua.
Semmai ciò che sconcerta i lettori cresciuti nell’epoca in cui Cicognani morì,è l’orizzonte limitato in cui si muovono questi personaggi, fra i villini delle Cure, le spelonche puzzolenti
del Mercato vecchio, la piana polverosa di Novoli. Questi borghesi piccoli piccoli, o il “popolo”, i “poveri” a cui Cicognani guarda con compassione nei loro sforzi di riscatto, si muovono in un hortus conclusus culturale e sociale intorno al quale esplodono senza alcuna eco le tragedie del Novecento. Non ci sono guerre né reduci, non c’è disoccupazione, sogni di socialismo o manganelli fascisti in queste storie. Non solo. Non ci sono neanche i nascenti mass media né i primi consumi, non si viaggia, non ci si appassiona a niente che non sia il privato.
È un’Italia ferma e senza tempo, veramente autarchica, che non vede, non sente e non parla. E se Cicognani ne fustiga a volte gli eccessi e le crudeltà, in realtà di questo mondo fu parte lui stesso, conservatore in politica, di famiglia benestante, fedele solo agli strumenti morali della fede cristiana che ne fecero una lettura amata, per esempio, da papa Montini. Eppure anche questa fu l’Italia del secolo scorso, e Cicognani con la sua onestà e soprattutto con la qualità della sua scrittura è una strada per conoscerla.
Le novelle
1915-1929