Piovene
Corriere del Veneto, 13-09-2012, Matteo Giancotti
Ripubblicato il libro dello scrittore vicentino ispirato ai suoi anni da giornalista al Corriere

«Bisogna adattarsi al mezzo di predicazione moderna: il foglio di carta stampata. Noi faremo un giornale. Badate che il nostro principio è di non disdegnare nessuna forma di propaganda anche clamorosa e volgare, pur di ottenere il nostro scopo». È così che la vedova Giuditta van der Goes, «ricchissima, pazza e incaponita nelle opere di beneficenza», aggancia Giovanni Dorigo, un giovane veneto emigrato a Londra nel tentativo disperato di scampare al dissesto delle sue finanze. Dorigo, il protagonista del secondo romanzo dello scrittore vicentino Guido Piovene, La Gazzetta Nera, è stato un incallito scommettitore alle corse dei cavalli prima che il matrimonio con Emilia lo salvasse; ora, se vuole salvare il suo matrimonio, sa che deve evitare la miseria sull’orlo della quale già si trova per colpa della sua indolenza e della sua indecisione. Sa che Emilia non gli perdonerebbe il tracollo economico della famiglia. È perciò disposto ad accettare ogni lavoro, e quando, a Londra, la Van der Goes gli propone di scrivere per il suo giornale – che si chiamerà «La Gazzetta Nera» – delle storie commoventi che convincano l’opinione
pubblica inglese a schierarsi contro la pena di morte, Dorigo, pur provando ripugnanza per se stesso, rinuncia alla propria autonomia e decide di mettersi al servizio della vedova «vendendole» le sue abilità letterarie.
In questo romanzo pubblicato nel ’43 e riedito ora da Mauro Pagliai editore, dopo decenni di assenza dalle librerie, Guido Piovene traspone alcune vicende autobiografiche riguardanti anche la sua professione giornalistica: dal ’35 al ’37 aveva infatti vissuto, con la moglie, in Inghilterra, come corrispondente del Corriere della Sera, impegnandosi in una campagna denigratoria che il regime fascista pretendeva che i giornali attuassero contro i paesi «sanzionisti». In quegli anni, e in genere da quando iniziò la professione di giornalista fino alla caduta del fascismo, Piovene visse interiormente il conflitto tra la menzogna e l’adulazione che la dittatura esigeva dai giornalisti, e la verità che gli era possibile praticare in privato nell’esercizio della scrittura narrativa. Di questo dissidio e di questa «doppiezza» si alimenta in parte il romanzo più noto di Piovene, Lettere di una novizia (1941) e, in modo più esplicito e bruciante, La Gazzetta Nera, che è tra l’altro un libro strutturato
in modo ingegnoso: nelle vicende londinesi di Dorigo si incastonano infatti diversi lunghi racconti che sono poi i testi, redatti dai collaboratori della Van der Goes, destinati a comparire nel giornale fondato dalla vedova.
Come sempre nei suoi scritti Piovene ha la forza di indagare fino in fondo la vergogna e l’abiezione umane; si spinge fin dentro i meccanismi profondi che producono la menzogna e al tempo stesso gli anticorpi necessari all’individuo per tollerarla e giustificarla a se stesso (l’ambizione, la salvezza personale, la salvaguardia della famiglia). Ma in questo caso il sottinteso politico non si può trascurare: la necessità di mettere il coltello nella propria piaga morale potrebbe già essere un tentativo di liberazione dalla menzogna, suggerito anche dal finale del romanzo che, se non è lieto, è pur sempre meno cupo dell’inizio. Non a caso questo Piovene era letto con molta attenzione da studenti antifascisti – tra i quali un giovanissimo Luigi Meneghello, sulla cui futura decisione di andarsene in Inghilterra La Gazzetta Nera ebbe un certo peso – che lo disapprovavano decisamente per la sua attività giornalistica, ma riconoscevano la finezza con cui il romanziere sapeva addentrarsi nei problemi della coscienza.
La gazzetta nera