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Atahualpa, 01-01-2012, ––
Il protagonista dell’ultimo romanzo di Australi, L’usignolo di provincia (Firenze, Mauro Pagliai Editore, 2010), è ancora Spartaco. Nella premessa al testo l’autore precisa che alcuni capitoli del libro sono già stati pubblicati come racconti, dai titoli: La medaglia, I sogni in Tv, Le lucciole, I grandi navigatori. Aggiunge inoltre che il romanzo risulta dalla legatura insieme di queste e altre storie «dal finale aperto» aventi per protagonista Spartaco. Vanno considerati parte di questo insieme, che potremmo ben definire “ciclo di Spartaco”, tanto gli altri romanzi di Australi, Vittoria, Dalla foce alla sorgente, Zia Oria, quanto la raccolta di racconti di cui ci siamo occupati, Non ci sono troppe vie di fuga. L’usignolo di provincia è il tassello più recente di un grande mosaico forse ancora non completo.
Il libro ripercorre un anno di vita di Spartaco (non è casuale che i capitoli siano dodici: quanti i mesi dell’anno, quanti gli anni del protagonista), quello della prima media. Narrato in terza persona, ma sempre dal punto di vista del ragazzino, il racconto è a tutti gli effetti un romanzo di formazione, oltre che una visuale sulla realtà di provincia toscana negli anni Sessanta. L’intera famiglia di Spartaco è sotto osservazione, anzi è tenuta d’occhio proprio dal suo componente più giovane, accortosi di un malessere che va crescendo tra i suoi affetti, mettendoli gli uni contro gli altri, rendendoli insofferenti. Ma Spartaco capisce solo parzialmente le ragioni di tale malessere e ne è a sua volta influenzato: il rendimento scolastico è disastroso; il rapporto col nonno Rutilio si raffredda; corre come un folle sulla bicicletta del padre Ernesto, la Legnano nera, fino a distruggerla, a rischio della sua vita e dell’altrui; per attirare su di sé l’attenzione dei genitori si comporta infantilmente (si legga, nel quarto capitolo,
del «gioco di isolamento» con i mandarini escogitato a cena dal ragazzino, che manda Ernesto su tutte le furie, ed è infatti anche un modo non apparente per entrare in conflitto col padre). I vecchi e i giovani convivono sotto lo stesso tetto, e la casa diviene luogo di scontro generazionale. La famiglia di concezione patriarcale è minata dall’instabilità dei suoi uomini, quelli che dovrebbero essere i soggetti forti, portanti. Ernesto rimpiange il suo lavoro in vetreria (nell’immediato dopoguerra era stato uno dei fondatori della cooperativa), chiusa perché sconfitta dalla concorrenza del mercato della plastica in linea con le logiche del profitto e del consumismo per la produzione delle bottiglie. Se prima aveva molto tempo da dedicare a se stesso, perché la vetreria era in paese, adesso il lavoro in città lo costringe a uno sfiancante pendolarismo e ogni sera torna a casa «stanco e apatico». Cosicché spetterebbe a Rutilio, il nonno di Spartaco, l’altro uomo di casa, fare le veci di Ernesto durante la giornata. Ma anche lui, come il figlio, è solo apparentemente in grado di esercitare l’autorità in famiglia. Il curriculum vitae di Rutilio elenca: ex-barbiere, autodidatta, poeta dilettante e attore nella compagnia teatrale della provincia, medaglia d’oro della prima guerra mondiale. Eppure quest’uomo pieno di risorse in passato è ora un vecchio debole, assente, silenzioso. L’unico interesse di Rutilio sembra quello di mantenere vivo presso i familiari il ricordo del figlio precocemente scomparso, Spartaco, lo zio da cui il protagonista ha ereditato il nome. Questo sforzo prende l’aspetto di un culto commemorativo. Nel romanzo assistiamo infatti a due riesumazioni: una metaforica, dal sottoscala della bottega (chiusa da tempo) del nonno, d’una scenografia teatrale dipinta in giovane età dallo zio seminarista, l’altra stricto sensu, dalla terra,
dei resti dell’estinto. Posta la bontà delle intenzioni, Rutilio commette un errore portando il nipote al cimitero per farlo assistere al disseppellimento. Anche se il becchino farà allontanare il ragazzo, l’episodio ha un effetto negativo sulla psicologia di Spartaco. Leggiamo dal romanzo: «Spartaco si soffermò a guardare il marmo che stava sulla tomba dello zio, provando una certa impressione a vedere inciso il nome e il cognome che lui stesso portava». Il nipote sa di assomigliare allo zio come una goccia d’acqua (ciò è motivo d’orgoglio per Rutilio, una specie di risarcimento), lo testimoniano le foto dell’estinto. Pertanto la vista di quell’omonimia incisa sulla lapide non fa altro che rafforzare il complesso di specularità di cui soffre. La paura cioè di essere destinato a morire giovane come l’altro Spartaco. Appare chiaro che il processo di maturazione del protagonista è ostacolato dalla percezione di sé come specchio, doppio dello zio, con in più un forte senso di inadeguatezza, dovuto alla mitizzazione del personaggio (l’«unica figura eroica della sua famiglia, uno che avrebbe potuto fare perfino il prete o l’artista e alleviare le sofferenze dell’umanità»).
Tuttavia, di qui alla fine del romanzo, Spartaco compirà grandi progressi nella costruzione della propria personalità, per cui sarà capace di «abbracciare in pieno le sue storie» (familiari) e vedere «il mondo in un’altra luce», vale a dire con un maggior grado di consapevolezza.
L’Usignolo di provincia è un libro di godibile lettura. Quello di Australi è un narrare di registro medio, discorsivo, senza sforzi né sfoggi di stile. Semmai possiamo notare che l’autore è piuttosto incline all’uso di espressioni vernacolari nelle manifestazioni parlate dei personaggi.
L’usignolo di provincia