Il racconto degli anni ‘60 nella provincia toscana
Excursus, 01-11-2010, Serena Intelisano
Il boom e i relativi mutamenti sconvolgono la vita familiare. Un testo Mauro Pagliai Editore
Leggere L’usignolo di provincia (Mauro Pagliai Editore, pp. 92, € 8,00) ci riporta indietro nel tempo, durante il Secondo Dopoguerra, contesto storico a cui fa riferimento il romanzo, ma che si nota anche nello stile dell’autore, nella sua scrittura rapida ed essenziale. Quest’ultimo lavoro di Angelo Australi racconta il passaggio verso l’adolescenza di Spartaco, un ragazzino che vive nella provincia toscana, testimone dell’inizio di una nuova epoca. Tra l’altro, non è solo il protagonista de L’usignolo di provincia, ma anche di due precedenti opere dell’autore: Zia Oria (Pezzini, 2003) e Dalla foce alla sorgente (Pezzini, 2005).
Attraverso gli occhi ingenui di Spartaco viene raccontata la quotidianità di gente di provincia, di una famiglia patriarcale formata dal nonno Rutilio, dal padre Ernesto, dalla mamma Giulia e dalla nonna Ginetta. Le giornate passano, sembrano tutte uguali, ma sullo sfondo sta in realtà cambiando l’intera società, e in particolare gli stili di vita. Il punto di vista di Spartaco racconta questi mutamenti, e il giovane saluta il nuovo con entusiasmo, non è pervaso, come la sua famiglia, da quell’aura malinconica per i “bei tempi andati” e dalla consapevolezza che in Italia stanno
cadendo le ideologie.
Al contrario il protagonista è un ragazzino che segue i propri sogni con la determinazione e la forza tipiche dell’adolescenza. Alla promessa del nonno di regalargli, se verrà promosso, un televisore, assoluta novità per quegli anni ed elettrodomestico che cambierà la vita degli italiani, Spartaco farà di tutto, si impegnerà come non mai nello studio pur di ottenere l’oggetto del suo desiderio. E proprio il nonno, quel nonno un po’ sarto un po’ pensatore, appassionato di arte e filosofia, è una figura di riferimento importante, una sorta di mentore per Spartaco, che dà preziosi consigli al nipote ricchi di significato anche ai giorni nostri. In un’occasione, per esempio, Rutilio dice al nipote: «Ti auguro di studiare fino alla laurea, ma questo non significa niente, ricordalo, perché sarà solo un pezzo di carta per pulirci il culo se non impari a conoscere i tuoi limiti. Cerca di capire dove stai e dove puoi arrivare, così sarai grande anche se sbucci patate tutto il giorno».
Di quel progresso tanto ammirato in un primo momento da tutti è vittima il padre Ernesto che, costretto a lasciare la vetreria in cui lavorava perché ormai le bottiglie di plastica “la fanno da padrone”, va a lavorare in città in un’impresa edile.
Diventare pendolare modificherà non poco il suo modo di essere: come molti uomini dell’epoca, e non solo, alla sera torna stanco e apatico, e il suo stato ha ripercussioni sull’intera famiglia: «Tutti scontavano la sua insofferenza per la condizione di pendolare».
Il boom economico riuscirà a modificare anche le piccole realtà di provincia, come quella descritta dall’autore, dove le comunità erano ancora legate ad antichi riti di convivenza, e dove i morti erano ancora presenze ingombranti. Questo lo si evince dalla figura dello zio da cui Spartaco ha preso il nome, un giovane che morì a soli 22 anni sul finire della Seconda Guerra Mondiale, e la cui scomparsa sembra non essere mai stata accettata dal padre Rutilio.
Angelo Australi in fondo ci racconta la nostra Italia, mostrandoci come i problemi di allora siano all’origine di quelli odierni, e come sia difficile staccarsi dal passato, un passato ingombrante che impedisce di lasciarsi andare al nuovo e che quasi costringe alla rassegnazione. Ma c’è qualcuno che si oppone a questa “routine”, qualcuno che ha la volontà di trovare una via d’uscita per veder realizzati i propri sogni, e chissà che non ci riesca sul serio non essendo ancora stato “contaminato” dalla forza di quello che ci si è lasciati alle spalle.
L’usignolo di provincia