L’usignolo di provincia
Literary, 13-09-2010, Walter Nesti
Non a caso il titolo di questo volume richiama il pasoliniano L’usignolo della chiesa cattolica. Spartaco, il protagonista di tante altre storie confluite in volumi diversi; libri esemplari di una ricerca che non è puramente letteraria o quantomeno intellettuale, si confonde con l’autore nel tentativo di trovare una propria collocazione all’interno di un progetto che lo vede sempre in affanno, come se le soluzioni che tenta di dare alle sue storie siano anche quelle che sente di dare a un vissuto che tuttora lo angoscia e lo tallona. La citazione del titolo quindi trova la sua ragion d’essere all’interno di questi dodici spezzoni di vita di un ragazzo che passa dall’infanzia all’adolescenza, come il contesto sociale nel quale è immerso si evolve dai detriti di una società semipatriarcale che si sta dissolvendo, ai primi annunci di un benessere che stenta ad arrivare. Ed è qui, proprio in questo contesto che Spartaco, il protagonista, deve trovare la propria giustificazione, non tanto come personaggio quanto come emblema di un punto di passaggio cruciale tra un mondo che muore e uno che nasce, con tutto il viluppo di problemi che il primo lascia irrisolti e che il secondo fatica ancora a capire.
In premessa l’autore confessa che tutte le storie finora pubblicate con Spartaco attore della vicenda le aveva sempre sentite “portatori
di una vibrazione poetica autentica ma parziale”. Invece in queste storie “la scoperta del protagonista restava aperta nel finale ad aggiungere un nuovo capitolo che non sapevo quando e se sarebbe mai arrivato. Nella primavera del 2009, scrivendo degli altri racconti che avevano per protagonista Spartaco, ho sentito il bisogno di provarci a trovare un legame tra tutte queste storie dal legame aperto…”.
C’era quel che di irrisolto che doveva trovare il suo dénouement non solo a livello meccanicistico, cioè nella capacità della storia di tenere in tensione e rendimento, quanto a livello psicologico sia del personaggio come dell’autore. Questa specie di coabitazione aveva bisogno di trovare il punto di fusione in cui l’una e l’altra riuscissero ad armonizzarsi (il titolo del libro ne è una spia evidente). Trovato quel punto Spartaco, sia pure disseminato in tanti altri volumi, poteva essere lasciato a se stesso, perché ormai l’usignolo aveva trovato il suo canto e con quella voce avrebbe cantato, con Spartaco e senza Spartaco. La conferma, secondo il mio modesto giudizio, arriva col racconto Amare e/o lavorare recentemente pubblicato su “L’Area di Broca”. Qui non è Spartaco il protagonista, ma lo stesso autore, che parla del suo lavoro in vetreria, quella vetreria che si ritrova anche
in questo libro, dove era suo padre a lavorarci. La chiusura della vetreria non chiude solo un capitolo della vita di Australi, segna anche la fine di un mondo, quello in cui il suo alter ego Spartaco era nato, cresciuto, si era fatto le ossa, col nonno Rutilio che gli faceva da Pigmalione, fino all’avvento della televisione che viene a sparigliare le carte e introduce di brutto la vita sparata dall’esterno in un ambiente non ancora pronto ad accoglierla con la dovuta preparazione.
È sotto questa luce, nebulosa, a volte sibillina o arrogante che va analizzata l’ultima fatica di Angelo Australi. Le vicende del protagonista sono un pretesto per mostrarci una provincia in un dato contesto storico come Pasolini mostrava le borgate romane, un mondo al tramonto mentre un altro stava crescendo all’orizzonte, per farci intuire, come scrive l’estensore della nota in quarta di copertina che “nonostante sia trascorso quasi mezzo secolo… l’Italia di oggi è tutta in quei problemi rimossi allora e non ancora risolti”.
Australi, almeno a livello letterario e personale a quei problemi ha tentato di dare una soluzione affinché Spartaco fosse finalmente libero di cantare a squarciagola. Del resto che ne avesse queste capacità se ne era già avuto un assaggio evidente in Vittoria, e, per certi aspetti in Zia Oria.
L’usignolo di provincia