Australi
Lunarionuovo, 01-09-2010, Mario Grasso
Nel suo nuovo libro, Angelo Australi ci fa ritrovare il nome a lui caro di Spartaco. Un modo per farci intendere una qualche continuità nella diversità della sua narrativa, o una autonoma proposta? Stando all’età dello Spartaco de L’usignolo di provincia (pagg. 95, € 8,00) tendiamo per l’ipotesi di una continuità, salvo immaginare un gioco di schede da collocare in seguito, quando verrà il momento, tuttavia virtuale, di mettere ordine nella storia della vita del personaggio, per costituirgli un patrimonio di avventure in evoluzione. Ma questa nostra è solo un cenno arbitrario che possiamo giustificare appigliandoci al ricorrere del nome Spartaco, appunto, in altre narrative di Australi, del 2003 e del 2005.
Questo nuovo romanzo inizia con una immagine di donna che retrocede rispetto all’uscita d’un cimitero. Spartaco e Salamandra adolescenti, intenti a una loro dialettica sui grandi navigatori ispirati dall’impegno per la collezione dell’album delle figurine, (un modo per ricordare un’epoca) interrompono la loro adolescenziale conversazione per tentare una spiegazione
alla bizzarra postura di quella signora che, frattanto, come per un impulso meccanico improvviso, interrompe la retromarcia e riparte dritta procedendo fino a entrare nel cimitero, e lì dileguarsi.
A parte l’effetto dell’incipit che può essere colto come messaggio simbolico, la scena introduce a un dipanarsi di eventi nella ristretta cerchia di personaggi, tutti più o meno legati a un ambito familiare e di quartiere. Un palcoscenico dunque sul quale il numero degli attori protagonisti è ridotto al minimo, quasi ad agevolare l’attenzione del lettore fino a coinvolgerlo nel comportamento e nelle aspettative dei protagonisti. L’intrecciarsi di generazioni e rispettive esperienze e mentalità, dalla grande Guerra del 1914-18 al rientro dopo venti e passa anni, dalla disastrosa campagna di Russia, di chi fu agevolato dal destino a sopravvivere. Per il personaggio evocato da Australi sarebbe stato sufficiente l’ordine sacerdotale ambito, a evitargli la causa dell’immatura morte, dopo il rientro, quasi una beffa dello stesso destino che gli aveva consentito di tornare...
Quello che fa empatizzare
il lettore con i personaggi del romanzo è la semplicità quotidiana che lo scrittore fa rinnovare con levità e vivacità del narrare. Un filo di ironia rimbalza di pagina in pagina aggiungendo coloriture di forte efficacia: stiamo pensando all’episodio di una medaglia d’oro, che d’oro non era, e alla grottesca evoluzione che con cenni magistrali Australi descrive, quasi con reticenza per lasciare immaginare lo scempio morale che sta dietro le mancate attenzioni di chi governa. Raffiche di dialoghi, ricordi e progetti dei tenaci protagonisti del romanzo convergono sullo scrimolo della mutazione epocale, che aleggia senza farsi didascalia, Australi da vero narratore, accenna, evoca la cronaca che si è fatta storia e passa avanti, quasi invitandoci all’esercizio della fondamentale memoria. Come capita tra le accattivanti pagine con i rinvii ai primi inviti al consumismo, mediati, quella volta, dall’accattivante sigla musicale di Carosello Un usignolo che non tralascia, senza mai pronunciarla, la lezione della storia, quasi l’affidare al racconto messaggi e moniti per le nuove generazioni.
L’usignolo di provincia