L’usignolo di provincia
La Recherche, 01-08-2010, Alessandro Franci
Marguerite Duras in “Scrivere” dice: “Ci sono ancora generazioni morte che fanno libri pudibondi. Persino dei giovani: libri deliziosi, e basta, senza oscurità, senza silenzio, in altre parole senza un vero autore. Libri da giorno, da passatempo, da viaggio. Ma no libri che si fissano nella mente e dicono il lutto nero di ogni vita, il luogo comune di ogni pensiero.” Lo scrive nel ’93 quando uscì il volume in Francia per Gallimard, in Italia lo leggemmo nel 1994 nella collana “Idee” di Feltrinelli. Se all’epoca ancora poteva sembrare appena un po’ sfocata, oggi invece è un’immagine nitida; come fosse stata allora una fotografia scattata al futuro.
Tanto detto per segnare una non appartenenza di genere. Per meglio dire questo non è proprio il caso del romanzo “L’usignolo di provincia” di Angelo Australi, Mauro Pagliai Editore Firenze giugno 2010. Si può anzi dire chiaramente, almeno penso possa dirlo chi conosce già l’autore, che il caso descritto dalla Duras non appartiene ad Angelo Australi. Un narratore che va dritto per la sua strada da sempre.
Spartaco è ancora una volta il protagonista del romanzo. È già apparso in precedenza in altri due lavori dello scrittore toscano: “Dalla foce alla sorgente” e in “Zia Oria”. Si potrebbe anche
azzardare l’ipotesi, viste le precise connotazioni stilistiche, e volendo anche tematiche, di una trilogia. Dal momento che si è fatto riferimento al romanzo “Dalla foce alla sorgente” è anche bene notare quanto risulti emblematico il titolo, rispetto alla notazione della Duras. Tanto che ci viene fin troppo facile affermare quanto Angelo Australi nuoti controcorrente. Altrettanto facilmente (non solo per assonanza nel titolo) ci potrebbe venire in mente un altro noto usignolo della letteratura, e in questo caso della poesia italiana, quello della chiesa cattolica, di pasoliniana memoria (opera sulla quale si può leggere un bel saggio di Giovanni Avogadri, proprio su “La Recherche”). Quindi Spartaco, come si capirà, non è un commissario alla ricerca di un assassino, ma un ragazzo che vive con la famiglia nella provincia toscana. Un ragazzo che insegue i propri sogni, pagina dopo pagina, con la determinazione e la forza tipiche dell’adolescenza; almeno quella di una volta. Quando cioè, in questo caso, basterà la promesso dal nonno di un televisore, se concluderà bene l’anno scolastico.
Il microcosmo della famiglia in cui vive Spartaco è come uno specchio che restituisce le immagini dell’intera società italiana, fino a rimandarne i riverberi ai giorni nostri, quasi ne scandisse, attraverso l’atmosfera
degli anni del boom economico, metafore e contraddizioni. Il protagonista riceve insegnamenti pratici e schietti, e sembra farne tesoro; li riceve nella quotidiana odissea delle sue scoperte: “Cerca di capire dove stai e dove puoi arrivare, così sarai grande anche se sbucci patate tutto il giorno.” Questo glielo dice il nonno, dopo avergli augurato di studiare fino alla laurea che non serve a nulla, gli dice anche, se nella vita non ci si dedica a qualcosa di concreto. Le altre figure che animano la vicenda sono il padre Ernesto, il quale si vedrà costretto ad abbandonare il lavoro in vetreria, perché ormai le bottiglie di vetro sono state soppiantate dalla plastica. La nonna e la madre Giulia; il nonno Rutilio che nella sua bottega, visitata con estrema curiosità da Spartaco, esercita la professione di barbiere e di sarto, ma s’interessa di poesia, di filosofia, di teatro.
Aspirazioni e sogni s’intrecciano e devono schivare i colpi di una realtà, tipica del tempo, diversa dalla sua apparenza (e forse in questi passaggi l’attualità sembra più viva) e con il “destino” delle piccole e grandi manifestazioni della vita. Angelo Australi ci conduce in un viaggio con la scrittura che gli è propria, essenziale, rapida, a tratti decisa e forte come quella campagna toscana che fa da sfondo alla narrazione.
L’usignolo di provincia