La signora Ancarani
Caffè Michelangiolo, 01-12-2008, Loriano Gonfiantini
Della signora Ancarani si sposava la prima nipote. Erano passati più di cinquant’anni, cinquantacinque, quasi cinquantasei, da quando, diciottenne, lo stesso anno della maturità classica, aveva sposato ad Ancona il dottor Ancarani di Piacenza.L’incipit, quasi puntiglioso nella definizione del tempo riferito al passato, del romanzo di Mara Veneziani, vincitore del Premio Nazionale degli Oscuri 2008 di Torrita di Siena per il romanzo e la raccolta di racconti inediti. Non a caso, perché il tempo è il vero protagonista del libro, il tempo che scandisce piccole esistenze e grandi avvenimenti, in uno scorrere non sempre intelligibile, in cui l’intelligenza della lodevole signora Ancarani cerca con ostinazione un punto di sicurezza, di appoggio, nell’appassionata volontà di mettere un ordine nell’incessante successione dei fatti della vita, piuttosto che nel loro disordine, accettato come naturale. La famiglia della signora Ancarani è una fetta della piccola borghesia impiegatizia che, quanto più vorrebbe costituirsi come identità a sé, tanto meno riesce a strappare via i legami che la trascinano negli anni insieme agli avvenimenti di una Grande Storia, che la condiziona. Così, come giustamente nota nella sua chiara prefazione al romanzo Valerio Viviani, «da questo percorso necessariamente intricato, fatto a prima vista di ellissi e narrazioni incomplete solo successivamente colmate e recuperate, emerge una retrospettiva di spaccati di storia privata sul cui sfondo si muovono le vicende di tutto un secolo italiano, dalla Grande Guerra al Fascismo, dalla Liberazione alla ricostruzione, dal boom economico agli anni Novanta». La familiare italica “decenza” della signora Ancarani, dall’autrice sempre introdotta nella narrazione con titolo e nome, come si faceva un tempo tra gente perbene, ha i suoi momenti eroici nella
capacità di assecondare senza compromessi e perfino senza un’adesione personale tutto quanto le si agita intorno: cadute di governi, guerre, nascite, morti, matrimoni, amicizie, relazioni. Quando questa forza inconfessata lentamente si logora e si annulla per consumazione naturale, alla signora Ancarani resta la misteriosa forza, diremmo oggi genetica, della sua più profonda appartenenza: la rassicurante stabilità, per dirla con le parole di Viviani, che nasce dalla ripetizione dei fatti di una vita ridotti a puro gesto, in cui sopravvive ogni borghesia. Mara Veneziani viene dal mondo della scuola, e in quello ha passato gran parte della sua vita. Ha cominciato a scrivere, per sua confessione, dopo aver raggiunto l’età della pensione, ma il suo romanzo d’esordio, così ampio e sedimentato, «scritto dal ’97 al ’99 tra un nipote e l’altro», non sembra davvero frutto inatteso e provvisorio. Tutt’altro. La scrittura è varia, mobile, adattata o costruita sui vari momenti e sulle varie apparizioni dei protagonisti della storia, ma appare legata da un’ invidiabile unità e uniformità di stile, nell’eleganza sempre controllata, nella chiarezza, in una facilità che è frutto di lavoro e arricchimento e non di una, per quanto felice, improvvisazione. Le storie, piccole o meno piccole, della signora Ancarani, si susseguono non linearmente, ma per raffi nati intarsi con continui mutamenti di prospettive e di tempi. E la Grande Storia, che forma l’involucro apparentemente esile, ma in realtà saldissimo, che avvolge le vicende private della famiglia Ancarani con le sue relazioni ramificate, non è la Storia lineare, che ci è comodo immaginare, ma la Storia come un complesso accavallarsi, a volte anche incomprensibile, di avvenimenti e reazioni. Resta solo un punto solido e finale per ogni
vicenda, in cui pare placarsi il turbinoso fluire dei fatti, ed è l’incontro con la morte delle persone più care. L’adesione generosa e distaccata della signora Ancarani è come se soltanto allora trovasse l’attimo del distacco, della pausa: è a questo che si doveva arrivare. Ma è davvero arrivata? O è solo uno smarrimento di sé momentaneo? La mirabile signora Ancarani deve andare avanti, senza fede e senza miti, per il solo fatto di esistere: e in questo rifiuto naturale di una resa è il suo piccolo eroismo. Lo possiamo cogliere, in uno di questi momenti, dopo la morte per incidente del figlio Piero:La signora Ancarani si risedette in poltrona, in una un po’ più piccola di quella di suo marito. Un po’ spostata rispetto alla televisione, riprese subito a lavorare a maglia. E mentre suo marito le parlava lei era come tutt’uno col lavoro. Un cuneo appuntito formavano i ferri, come sterno d’uccello, su di lei, e lei vi cercava come un nascondimento. Il sussulto instancabile dei ferri pareva un battito d’ala spezzata. Eppure questa specie di voce che il ticchettio dei ferri suscitava, intermittente come fosse incisa su un vecchio disco con un’incrinatura, nella stanza ogni altra voce assorbiva, ogni lamento. Così la sua presenza si sentiva, e di parlare poteva fare a meno. E, dopo la morte del marito, in chiusura del libro, il ripetersi dei gesti, delle piccole abitudini, per lei, sola, sono o sostituiscono la vita:
La signora Ancarani sul tavolo in cucina si tagliava adesso un pezzo di formaggio, che tanto gli esami per il colesterolo li aveva già fatti quella mattina. Prese un bicchiere con la punta in bocca del grana appena scartocciato. Di vino in casa non ne beveva mai perché diceva che le dava alla testa. Ma in frigorifero teneva sempre adesso dell’acqua minerale non gasata.
Le iniziali di Stendhal