La fiction Tv risponde ai nostri bisogni
Il sottoscritto, 26-01-2009, ––
Suo padre ha ruoli secondari o fuori scena in una compagnia teatrale, e proietta su di lui il sogno non realizzato di attore. Il nome Other, che gli sceglie, Altro, è un augurio che il suo percorso di vita sia davvero diverso. Nomen omen. Ma Other è negato per il teatro, il suo volto ha un’immagine sola, inalterabile. Che diventa la sua fortuna, perché un regista, che ha “ una sorta di porcina quanto di feroce tenerezza”, cerca proprio qualcuno che esca dagli schemi, qualcosa di nuovo che riesca ad imporsi. Other, non per sua scelta diventa il commissario Quapur, una celebrità che fa impennare l’audience e il conto in banca suo e del regista. Realizzato affettivamente come marito e padre, per molti anni vive una storia parallela con Mary Effy, sedicente titolare di una linea di profumi,  imprevedibile e fondamentalmente irraggiungibile. Per amore o per finta di Giuliano Parenti, è un romanzo che trascina  e diverte, dal registro verbale ricco di neologismi fantasiosi, dove l’occhio divertito dell’autore osserva  e dilata il palcoscenico della vita, in tutte le sue complicazioni e intrecci quotidiani, e lo fissa in immagini cariche di realismo, con una vena diffusa di umorismo e ironia. Il truccatore, Gost, autore e responsabile dei molti volti degli attori, resta simbolo delle centomila parti che ognuno di noi si trova a recitare nella vita.  Sotto tante maschere il nucleo profondo del nostro essere si nasconde agli altri, ma anche a noi stessi, che non sappiamo più fino a che punto siamo autentici o se ci stiamo interpretando, frutto di convenzioni e risultato di aspettative altrui.La fiction Tv che catalizza stuoli impazziti di fans risponde in modo catartico ai nostri bisogni. Ma questo regista è intelligente e corretto, perché mette in scena solo il “male grosso e grasso”, rapine, sequestri, inseguimenti, omicidi, casi polizieschi che il commissario Quapur risolve, con il trionfo del bene e la serenità dei telespettatori che, almeno attraverso storie e scene finte, credono nell’esistenza della giustizia:
“I delitti dei miei gialli sono le note a piè di pagina nel libraccio che racconta tutte le farabuttate dai tempi di Caino” dice il regista, certo Hans Christian Coltellass. Purtroppo, come spiega lui stesso ad Other, c’è un male sottile che passa attraverso il video, dove tutto diventa autopromozione e pubblicità con la retorica dei finti buoni sentimenti: “questo mondo fa schifo, è inguardabile e indigeribile, soprattutto quando usa l’arma segreta e impalpabile del male sottile”.La fiction - che dunque non è altro, simbolicamente, che la vita - nella storia di Quapur si intreccia, anticipa, coincide con la realtà stessa, nelle mani di un regista che progressivamente sembra diventare un Regista con la maiuscola, Qualcuno che tiene in mano i fili di tutto, sornione, attento anche al non detto.L’immobilità del volto di Quapur, che fa da contrappeso “a tutto quel male che ha mille volti e mille maschere”, se finisce per inaugurare una nuova linea comportamentale, allo stesso tempo può essere letto come  risposta grottesca alla ricerca vana di una qualità artistica che ormai è scomparsa, una conferma che la Tv rappresenta una società decaduta, e che noi riceviamo la qualità che ci corrisponde, dopo che la Tv stessa ha introdotto i presupposti per la decadenza del bello, in una tragica quadratura del cerchio. Il brutto è che il pubblico ora non sa più difendersi, perché è in una condizione di analfabetismo critico, e possono arrivargli messaggi con potenziale distruttivo altissimo. Alla immobilità del volto di Other è complementare la proteiforme Mary Effy, senza radici, che ha la stessa inafferrabilità di un profumo. E’ l’irrazionale di Other, è l’altro di lui, quello incoffessato della sfera delle illusioni e delle emozioni più segrete. Lui, che sa ridere solo di riso interiore, che non riesce ad esternare le sue emozioni se non con un’alzata di sopracciglia per la presenza di una mosca, non può
fare a meno di Mary, che serve al suo equilibrio. E riesce a tacitare anche la coscienza, in una accezione relativa e più umana e meno farisaica del concetto di male e di peccato. In realtà Mary Effyn è la comparsa più teatrale e finta, lei che vivendo si cancella nascosta dietro una infinità di maschere reali, di parrucche  diverse, quasi in una volontà di azzerare la propria identità. Eppure, anche quando esce di scena in modo decisamente incolore rispetto ai suoi livelli precedenti, rimane nell’esperienza di Other come valenza positiva, perché è stata fonte di vita, in un fondamentale riscatto della fantasia e riscoperta di pulsioni profonde, importanti in mezzo a questo nostro “benessere malesserizzato”.  Marisa Cecchetti Il rapporto finzione-realtà, nel loro scambiarsi e sostituirsi ed identificarsi, fissa il dramma dell’uomo moderno, che ha perso riferimenti saldi e concreti, che è proiettato nel virtuale e riconosce sempre con maggiore difficoltà i confini tra quello e la realtà. Parenti tratta questa condizione umana con rispetto e comprensione profonda, anche se sembra giocare con i suoi personaggi, quasi invitasse a non prendersi troppo sul serio. Se dramma c’è nel romanzo, ma senza che il protagonista assuma mai l’atteggiamento di una vittima,  questo può essere condensato in una specie di percorso parallelo alla storia, un viaggio in un cono d’ombra che Other attraversa per tutta la durata del racconto, a velocità altissima, verso un punto di luce finale, in una condizione che non si sa  se di vita o di morte. Lì la vita trascorsa ripassa tutta davanti, in attesa e timore di un giudizio che potrebbe essere dato in base a parametri diversi da quelli terreni, secondo una categoria dell’Amore più vasta. Che sulla Terra corrisponde a quello dei rapporti veri, quello della famiglia e degli amici, perché, anche se si crede di recitare, solo l’amore vero riesce a capire il non detto, ad accogliere e perdonare.
Per amore o per finta