Luciano Bianciardi

Nasce a Grosseto nel 1922, primogenito di Atide, cassiere di banca, e di Adele Guidi. È sin da piccolo lettore accanito e nel tempo libero si dedica allo studio del violoncello e delle lingue straniere. Non ancora diciottenne, consegue nel 1940 la maturità classica presso il liceo Carducci-Ricasoli di Grosseto, per poi iscriversi nello stesso anno alla Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Pisa. Chiamato alle armi nel gennaio del 1943, riesce a far ritorno alla città natale solo nell’autunno dell’anno seguente. Nel 1945 si iscrive al Partito d’Azione e nel febbraio del 1948 si laurea con una tesi su John Dewey. In un’inchiesta realizzata assieme all’amico Carlo Cassola indaga le condizioni di vita dei minatori della Maremma: il risultato sarà il libro denuncia I minatori della Maremma (1956). Frattanto, nel giugno del 1954,  è emigrato a Milano per diventare redattore della nascitura casa editrice Feltrinelli: vi rimane sino al 1957, poi è licenziato per difficoltà di adattamento al lavoro. Per vivere, si dedica sempre più alla sua attività di traduttore, soprattutto di scrittori statunitensi quali Bellow, London, Faulkner, Steinbeck, Miller. Collabora anche intensamente, con articoli di costume, sport, critica televisiva e cinematografica, a giornali e riviste tra cui “L’Unità”, “L’Europeo” e “Il Giorno”. Muore a Milano, di cirrosi epatica, nel 1971.
L’opera di Bianciardi trova la sua espressione più compiuta nella trilogia formata da Il lavoro culturale (1957), L’integrazione (1960) e La vita agra (1962), che il critico Goffredo Fofi definì “le tre parti di un unicum: un romanzo, un’autobiografia, un pamphlet, o le tre cose insieme, sull’Italia del tempo”. Se Il lavoro culturale descrive la vita grossetana tra la fine degli anni ’40 e l’inizio del decennio successivo con toni che fanno pensare al Fellini de I vitelloni, L’integrazione si sposta con efficacia dai riti della provincia ai ritmi della metropoli, mentre La vita agra – uno dei libri fondamentali di quegli anni, portato sul grande schermo nel ‘64 da Carlo Lizzani – descrive il periodo del boom con pungente cattiveria, disegnando il ritratto di un paese alla trafelata ricerca del benessere. Tra i suoi racconti, da segnalare almeno Il complesso di Loth (1968), che servirà da spunto a Pasquale Festa Campanile per uno dei suoi film più riusciti, Il merlo maschio (1970).

vedi anche