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Jacopo Carrucci

Jacopo Carrucci

Principale protagonista, assieme a Rosso Fiorentino, della prima stagione del Manierismo fiorentino, Jacopo Carrucci è meglio conosciuto come Pontormo, dal piccolo borgo nei pressi d’Empoli dove nacque il 24 maggio 1494: la data esatta si ricava da un’iscrizione che un tempo si trovava nella chiesa di San Lorenzo a Firenze, dove si leggeva pure che visse sessantadue anni, sette mesi e sei giorni. Secondo il Vasari anche il padre, Bartolomeo Carrucci, era un pittore che aveva studiato alla bottega del Ghirlandaio. È probabile che, in seguito a gravi lutti che colpirono la famiglia, il giovane Jacopo sia stato avviato alla carriera di pittore in considerazione del mestiere svolto dal defunto padre. La Vite vasariane raccontano infatti che dopo l’arrivo a Firenze, voluto dalla nonna che lo affidò tredicenne alla tutela dei Pupilli (la magistratura che si occupava degli orfani amministrandone e custodendone i beni), fu messo a bottega presso Leonardo, per poi approdare a quelle di Piero di Cosimo, Mariotto Albertinelli e Andrea del Sarto. Il percorso si concluse attorno al 1513, data cui si fanno risalire le prime opere autonome. Tra queste, la Visitazione del Chiostrino dei Voti della Santissima Annunziata (1514-1515) che, oltre a rivelare chiare ascendenze michelangiolesche e leonardesche, rappresenta una singolare fusione tra le idee di Raffaello e Fra’ Bartolomeo, la Scuola d’Atene, la Pala Pitti e la decorazione della Cappella dei Papi in Santa Maria Novella, in occasione della visita di Papa Leone X in città.
Intorno al 1517 l’artista prese parte, con la complessa tela
Giuseppe interpreta i sogni del Faraone, alla decorazione della Camera Nuziale di Pierfrancesco Borgherini. Qualche anno dopo ricevette dai Medici il prestigioso incarico di decorare, assieme al Franciabigio e ad Andrea del Sarto, la sala principale della Villa di Poggio a Caiano, cui attese dal 1519 al 1521.
In seguito, per sfuggire alla peste che nel 1523 imperversava sul capoluogo fiorentino, il Pontormo si rifugia nella Certosa del Galluzzo, nei pressi della città, trattenendovisi anche dopo la scomparsa del pericolo: qui dipinge una serie d’affreschi dedicati alla
Passione di Cristo che rivelano un mutamento stilistico. Nel 1525 Jacopo venne chiamato a far parte dell’Accademia del Disegno; dal 1526 al 1528 fu impegnato negli affreschi della Cappella Capponi nella chiesa di Santa Felicita, per il cui altare realizzò una pala con il Trasporto di Cristo al Sepolcro. Nel 1529 riesce ad acquistare una casa per abitare e lavorare, iniziando così ad operare in una sua propria bottega.
Allo stesso periodo va ascritta la realizzazione di capolavori quali la
Visitazione della Pieve di San Michele di Carmignano e, fra i ritratti, il vibrante Giovinetto (Lucca, Museo Nazionale di Villa Guinigi) o il fiero Alabardiere (New York, Frick Collection). Dopo il 1530 si volge a una temeraria emulazione di Michelangelo, come evidenziano gli affreschi delle ville di Careggi e di Castello (per i quali si dice si sia rinchiuso per cinque anni dietro un tramezzo di legno, in modo da poterli ultimare da solo) e quelli del coro della chiesa di San Lorenzo, venati di un’inquieta religiosità e andati distrutti nel 1738.
Gli ultimi due anni di vita (1554-1556) vedono Pontormo impegnato anche nella stesura di un diario,
Il Libro mio, assai utile per ricostruire la vita quotidiana e la complessa personalità dell’artista, morto probabilmente il 31 dicembre 1556 o il primo gennaio 1557 e sepolto, il 2 gennaio 1557, nella chiesa della Santissima Annunziata.

Principale protagonista, assieme a Rosso Fiorentino, della prima stagione del Manierismo fiorentino, Jacopo Carrucci è meglio conosciuto come Pontormo, dal piccolo borgo nei pressi d’Empoli dove nacque il 24 maggio 1494: la data esatta si ricava da un’iscrizione che un tempo si trovava nella chiesa di San Lorenzo a Firenze, dove si leggeva pure che visse sessantadue anni, sette mesi e sei giorni. Secondo il Vasari anche il padre, Bartolomeo Carrucci, era un pittore che aveva studiato alla bottega del Ghirlandaio. È probabile che, in seguito a gravi lutti che colpirono la famiglia, il giovane Jacopo sia stato avviato alla carriera di pittore in considerazione del mestiere svolto dal defunto padre. La Vite vasariane raccontano infatti che dopo l’arrivo a Firenze, voluto dalla nonna che lo affidò tredicenne alla tutela dei Pupilli (la magistratura che si occupava degli orfani amministrandone e custodendone i beni), fu messo a bottega presso Leonardo, per poi approdare a quelle di Piero di Cosimo, Mariotto Albertinelli e Andrea del Sarto. Il percorso si concluse attorno al 1513, data cui si fanno risalire le prime opere autonome. Tra queste, la Visitazione del Chiostrino dei Voti della Santissima Annunziata (1514-1515) che, oltre a rivelare chiare ascendenze michelangiolesche e leonardesche, rappresenta una singolare fusione tra le idee di Raffaello e Fra’ Bartolomeo, la Scuola d’Atene, la Pala Pitti e la decorazione della Cappella dei Papi in Santa Maria Novella, in occasione della visita di Papa Leone X in città.
Intorno al 1517 l’artista prese parte, con la complessa tela
Giuseppe interpreta i sogni del Faraone, alla decorazione della Camera Nuziale di Pierfrancesco Borgherini. Qualche anno dopo ricevette dai Medici il prestigioso incarico di decorare, assieme al Franciabigio e ad Andrea del Sarto, la sala principale della Villa di Poggio a Caiano, cui attese dal 1519 al 1521.
In seguito, per sfuggire alla peste che nel 1523 imperversava sul capoluogo fiorentino, il Pontormo si rifugia nella Certosa del Galluzzo, nei pressi della città, trattenendovisi anche dopo la scomparsa del pericolo: qui dipinge una serie d’affreschi dedicati alla
Passione di Cristo che rivelano un mutamento stilistico. Nel 1525 Jacopo venne chiamato a far parte dell’Accademia del Disegno; dal 1526 al 1528 fu impegnato negli affreschi della Cappella Capponi nella chiesa di Santa Felicita, per il cui altare realizzò una pala con il Trasporto di Cristo al Sepolcro. Nel 1529 riesce ad acquistare una casa per abitare e lavorare, iniziando così ad operare in una sua propria bottega.
Allo stesso periodo va ascritta la realizzazione di capolavori quali la
Visitazione della Pieve di San Michele di Carmignano e, fra i ritratti, il vibrante Giovinetto (Lucca, Museo Nazionale di Villa Guinigi) o il fiero Alabardiere (New York, Frick Collection). Dopo il 1530 si volge a una temeraria emulazione di Michelangelo, come evidenziano gli affreschi delle ville di Careggi e di Castello (per i quali si dice si sia rinchiuso per cinque anni dietro un tramezzo di legno, in modo da poterli ultimare da solo) e quelli del coro della chiesa di San Lorenzo, venati di un’inquieta religiosità e andati distrutti nel 1738.
Gli ultimi due anni di vita (1554-1556) vedono Pontormo impegnato anche nella stesura di un diario,
Il Libro mio, assai utile per ricostruire la vita quotidiana e la complessa personalità dell’artista, morto probabilmente il 31 dicembre 1556 o il primo gennaio 1557 e sepolto, il 2 gennaio 1557, nella chiesa della Santissima Annunziata.

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