Igino Benvenuto Supino

Igino Benvenuto Supino nasce a Pisa il 29 settembre 1858 da Moisè e Ottavia Levi, una famiglia ebrea colta e benestante. Un percorso scolastico mai concluso, una passione per l’arte che si manifesta inizialmente come amore per la pittura, l’eclettismo degli studi e degli interessi, il contatto e la collaborazione con figure di spicco della cultura dell’epoca, sono elementi che permettono la delineazione di una figura di studioso aperto e vivace. Nel 1889 avvia una collaborazione con le riviste «L’Arte», «L’Archivio storico dell’Arte», «Rivista d’Arte» (della quale fu tra i fondatori).
Durante l’incarico d’Ispettore dei Monumenti della Provincia di Pisa (dal 1889) contribuisce alla valorizzazione del patrimonio artistico locale e in particolare alla nascita del Museo Nazionale San Matteo di Pisa, un ex convento inaugurato nel 1893, il cui patrimonio si era formato principalmente per il passaggio allo Stato delle opere dei beni conventuali soppressi dopo la costituzione del Regno d’Italia, e che si accrebbe ulteriormente grazie alle ricche donazioni dei pisani, primo fra tutti il padre di Igino, Moisè. A Firenze, dal 1896 al 1907, ebbe l’incarico di Direttore del Museo del Bargello, occupandosi della stesura del catalogo che per ampiezza e completezza viene ancora oggi utilizzato. Agli impegni ufficiali si aggiunsero quello di Ispettore dei Monumenti a Bologna e di Conservatore della Pinacoteca di Pisa, incarichi che ampliano l’orizzonte dei suoi interessi.
I primi scritti riguardano infatti la Toscana, ma lentamente l’attenzione si sposta sempre di più verso il versante bolognese fino a sfociare in quello che è considerato il suo capolavoro,
L’arte nelle chiese di Bologna (1932, 1938), giunto a noi incompleto. Supino, nella commemorazione al Rubbiani (1914), riapre la polemica ribadendo la sostanziale differenza che intercorre fra la figura dell’artista, che può liberamente creare, e quella dello studioso che non deve stravolgere l’opera né valicare i limiti che l’artista o la storia hanno loro imposto: “questo appunto è il modo, cioè il confine tra il conoscere per conservare razionalmente e l’interpretare, il supplire, il ricreare in una parola, e il confine divide lo storico, il quale considera quei limiti insuperabili e degni di assoluto rispetto, dall’artista…”.
L’opera dunque come testimonianza dell’uomo in un determinato tempo e un determinato luogo, inserita in un preciso contesto storico come segno di civiltà. Nel 1928 è Direttore del Museo d’Arte Industriale a Bologna e successivamente, Presidente del Collegio Docenti, dell’Accademia di Belle Arti e del Liceo Artistico di Bologna.
Inaugura l’anno accademico 1932-1933 con un discorso sulle “Tradizioni e forme nell’arte dei Primitivi Toscani”; il 3 giugno tiene la sua ultima lezione ufficiale. Il 16 luglio durante una cerimonia ufficiale, gli viene consegnata una medaglia d’oro da Alessandro Ghigi e Giuseppe Albini.

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